sabato

Come restituire prestigio alla Coppa Italia

Da anni le grandi la snobbano: rimedi efficaci o meglio pensionarla
Il tutto mentre un “campionato europeo per club” è già cominciato


*****Un tempo neanche troppo lontano la Coppa Italia era importante obiettivo stagionale. Oggi è solo inutile e scomodo intralcio. Un tem-po la Coppa Italia, meno prestigiosa di campionato e coppe europee, era pur sempre una competizione rilevante, anche perché dava ac-cesso alla Coppa delle Coppe (riservata, appunto, alle società deten-trici di Coppa di Lega dei Paesi europei), torneo a sua volta meno prestigioso solo della Coppa dei Campioni (riservata, appunto, ai campioni in carica – e solamente quelli – dei campionati europei). Insomma, almeno sino alla metà degli anni Novanta, per qualsiasi club una Coppa Italia in bacheca era una gran bella soddisfazione, tanto da giustificarne caroselli e strombazzamenti per le strade.
Un tempo, il popolare ‘mercoledì di coppa’ le comprendeva tutte e tre: Campioni, Coppe e Uefa, tornei che si dividevano i migliori club europei. Poi, per farla breve, succede che campionati nazionali e Coppa dei Campioni (pardon, Champions League) prendono il soprav-vento su altre competizioni che ‘minori’ lo diventano per cause di forza maggiore o, diciamo così, per congiunture sfavorevoli.
Dal 1992-93 la Coppa dei Campioni assume una denominazione molto più intrigante, Champions League. Sostanziali modifiche: vengono accolte a braccia aperte anche le prime classificate dei principali campionati europei e, per far posto, tagliate via le squadre campioni di Paesi calcisticamente meno prestigiosi. Cioè, non che a queste ul-time si neghi il diritto di partecipare, quello no, per sbarazzarsene è sufficiente accoppiarle a luglio, scremarle ulteriormente ad agosto, finché a metà settembre, quando la competizione vera e propria prende il via (con tanto di musichetta epica), di quelle squadre non c’è più traccia. Scomparse. O meglio, dirottate in Coppa Uefa, or-mai centro di accoglienza per terzo mondo calcistico (il quale già a dicembre è estromesso anche da lì) e club delusi-depressi o minori dell’Europa che conta.
La prima competizione a farne le spese, nel 1999, è la Coppa delle Coppe, soppressa. Recentemente la Coppa Uefa si è rifatta il look, chiamandosi Europa League (e dotandosi anch’essa di un inno), ma resta il triste centro di accoglienza di cui abbiamo detto.
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Nei primi anni Novanta si cominciò a parlare di un grande campio-nato europeo per squadre di club che prevedesse la presenza co-stante delle società europee più prestigiose, cioè che non limitasse più la competizione alle sole squadre detentrici dei titoli nazionali. Infatti, così come la Coppa dei Campioni era stata pensata nei primi anni Cinquanta, solo alcune delle big potevano iscriversi ad ogni singola edizione (vien da sé che Juventus, Milan, Inter, Real Madrid, Barcellona, Manchester United, Bayern Monaco, non possono vincere tutte, sempre e contemporaneamente i rispettivi campionati), le al-tre si dividevano tra Coppa delle Coppe (ecco l’importanza di aggiu-dicarsi la Coppa di Lega nazionale) e Coppa Uefa. Chiaro che canaliz-zare le migliori squadre in una sola Coppa significa impoverire, se non mandare in malora, le altre due.
Si parlò anche di una élite aperta, con 'new entries' pronte ad ag-giungersi o subentrare di anno in anno. Con molta fantasia, potrem-mo immaginare promozioni e retrocessioni delegate ai singoli cam-pionati: come se, per esempio, un anno la Fiorentina si qualificasse in Champions (promossa, quindi) ai danni della Roma (retrocessa, quindi. Dove? In Coppa Uefa). Oppure, come se Abramovich si com-prasse un Chelsea che langue a metà Premier League e lo portasse stabilmente ai vertici del calcio europeo: new entry.
Si propose anche di aumentare il numero delle partite, abolendo la formula dell’eliminazione diretta e suggerendo gironi con partite di andata e ritorno. Sempre ricorrendo alla fantasia, potremmo imma-ginarlo come un lungo torneo che cominci a settembre per conclu-dersi in primavera dopo molteplici incontri. Proprio come se fosse un campionato europeo parallelo ai campionati nazionali.
La proposta fu accolta freddamente non solo dai più conservatori. In astratto pareva un progetto troppo futuristico e destabilizzante. E non se ne parlò più: come non detto. Al massimo, di anno in anno, alla formula è stata apportata qualche modifica, giusto necessari ritocchi qua e là. Nulla di trascendentale, piccole variazioni che si as-similano presto e diventano facilmente consuetudine.
Ma, pensandoci bene, come si presenta l’attuale Champions League? Non rispecchia esattamente la proposta iniziale subito accantonata? Sarà mica che ce l’hanno fatta a tutti da sotto al naso?
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Alla luce di ciò, di fronte ad un binomio campionato-Champions Lea-gue totalizzante e totalitario, per i grandi club l’obiettivo minimo di-venta il ‘piazzamento Champions’. E se la stagione proprio va stor-ta, non sarà certo una vittoria in Coppa Italia a raddrizzarla, o a ri-sarcirla dei consistenti introiti che una qualificazione in Champions procura (incassi, contratti televisivi, premi, indennizzo Uefa).
Ma la Coppa Italia sopravvive. Per inerzia ma sopravvive. Tira anche meno di un’amichevole d’agosto, eppure è sempre lì, incastrata tra campionato e Coppe, quasi a volersi vendicare sgambettando i gran-di eventi: intralciando il calendario, occupando i pochi giorni utili per far rifiatare i giocatori e rizollare stanchi manti erbosi, ostacolando in momenti topici, deconcentrando, riservando infortuni (ricordate il secondo crack di Ronaldo?).
Quasi tutti gli allenatori mandano in campo le seconde linee, chi in campionato e Coppa gioca poco. È così per i grandi club, ma anche per le provinciali che hanno ben altro a cui pensare (salvezza, scontri diretti). Il più delle volte, ad andare avanti sono sempre i grandi club (riserve contro riserve, il confronto resta impari), ma non è regola fissa, come invece lo è in campionato. L’Inter, per esempio, senza sforzarsi più di tanto raggiunge la finale in quattro delle ultime cin-que edizioni (due vittorie), ma succede anche che in finale arrivino outsiders quali Ancona e Atalanta, o che a vincere siano il Vicenza e la ‘Lazio low-cost’ di Lotito. Insomma, come capita, capita, e nulla fa scalpore in una manifestazione abbandonata al suo destino.
Allora, se da anni l’andazzo è questo, perché non pensionarla? Lo desiderano in tanti e, se non altro, sarebbe la soluzione più digni-tosa. Ancor più dignitosa se istituissimo anche una sorta di Giornata della Memoria affinché i giovanissimi almeno sappiano cos’era la Coppa Italia (e la Coppa delle Coppe).
Oppure, troviamo subito rimedi efficaci.
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In un’epoca in cui le riforme più stupide vengono approvate a cuor leggero (vogliamo parlare della proposta di spezzettare ulteriormen-te il campionato?), non sarebbe un’idea malsana riservare un posto in Champions League anche alla vincente della Coppa Italia: baste-rebbe ciò per restituire alla Coppa competitività, interesse, copertu-ra dei media e stadi pieni. Con il minimo si otterrebbe il massimo.
Quest’anno la Juventus è già tagliata fuori da campionato e Cham-pions League, ma la catastrofe sarebbe completa se non riuscisse a raggiungere neanche il fatidico e indispensabile ‘piazzamento Cham-pions’. Eppure, nel disinteresse quasi generale, è ancora in corsa per la Coppa Italia. Allora, perché nella tanto bistrattata coppetta non tifare proprio per i simpatici gobbetti? Innanzitutto, così facen-do auto-sponsorizzeremmo la nostra mozione (non si sa mai che la proposta di far accedere in Champions League anche la detentrice di Coppa di Lega venga magicamente accolta – battuta di spirito con-tando su senso dell’umorismo dei tifosi bianconeri). E poi, scherzi a parte, per darci una risposta ad un quesito che ci poniamo da tem-po: se a chi vince dieci scudetti va una stella sul petto, a chi vince per dieci volte la Coppa Italia (e la Juventus è a quota nove) quale corpo celeste va? O forse, allo stato attuale delle cose, va un asso di picche?

mercoledì

Italia, sorteggio morbido? Mica tanto…

Sudafrica 2010: definiti gironi e tabellone. Mondiale quasi delineato
Inizio facile con Paraguay, Slovacchia e Nuova Zelanda ma poi è dura
Spagna e Brasile probabili avversarie dai quarti. Inghilterra in finale?

Grande soddisfazione e sospiri di sollievo in Italia per i sorteggi di Città del Capo. Le urne, da molti definite “generose”, ci regalano Pa-raguay, Slovacchia e Nuova Zelanda. Girone morbido, d’accordo, ma ieri in Sudafrica si disegnava la fisionomia dell’intero Mondiale. Na-scevano le grandi arterie che conducono alla finale (binari, tragitto), prima ancora dei raggruppamenti iniziali (sale d’attesa più o meno confortevoli). Per cui, motivo di interesse planetario – attesa, ansia, suspense – era la formulazione del tabellone, non quale big avrebbe avuto la fortuna di pescare l’Honduras nel primo turno. Di fronte ad una prima fase abbordabile ce ne rallegriamo pure, ma occorre an-che guardare oltre: mica siamo la Svizzera, che spera in un sorteg-gio clemente per poter passare il turno e poi, tutto quel che viene, è grasso che cola. Il nostro obiettivo, diciamolo, è entrare tra le prime quattro.
Sulla Nuova Zelanda non vale la pena versare una sola goccia di in-chiostro. Tra Paraguay e Slovacchia si dice siano da temere di più i sudamericani per via di una “maggiore tradizione” (probabilmente alludendo alle otto partecipazioni mondiali, le ultime quattro conse-cutive) ma, seguendo questa logica, anche la Slovacchia è parte di quella Cecoslovacchia a cui una storia certo non manca. A giudicarlo oggi, il Paraguay non mette i brividi, impoverito anche dei Chila-vert, Gamarra, Ayala, Acuña, Cardozo (sebbene anche con loro non è che negli anni Novanta fosse così temibile), mentre la Slovacchia di Hamsik pare quantomeno più fresca e motivata. Delle due, non è detto che a passare il turno non sia proprio quest’ultima. Ma, in fin dei conti, fatti loro. Detto ciò, chiudiamo il paragrafo dedicato al nostro girone perché abbiamo già speso fin troppe parole.
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I sorteggi di Città del Capo ci consegnano uno spaccato, una fedele prospettiva, del Mondiale che sarà. Ragione di trepidante attesa non era la pallina da cui è stato estratto il bigliettino ‘New Zealand’, ben-sì quelle che assegnavano le posizioni delle teste di serie nel tabel-lone: Italia 1F, Brasile 1G, Spagna 1H, Inghilterra 1C, Argentina 1B e così via. E il Mondiale è bell’e fatto.
In altre edizioni il regolamento stabiliva che le seconde classificate di ciascun raggruppamento finissero dall’altra parte del tabellone, sicché i giochi restavano aperti, permettendo sorprese e nuovi in-trecci. Questa volta si è deciso di blindare il tabellone dividendolo in due compartimenti stagni (all’interno dei quali, tutto sommato, cam-bia poco se si passa il turno come prima o seconda). Les jeux sont faits, rien ne va plus.
Riferendosi a Brasile e Germania si è parlato di “gironi di ferro”. In realtà, aguzzando la vista, sarebbe più opportuno parlare di una ma-cro-area di ferro (quella che ospita Italia, Brasile, Spagna, Portogallo e Olanda) e di una più tenera (con Inghilterra, Francia, Germania e Argentina). Lo squilibrio risulta più evidente se consideriamo i quasi unanimi pronostici della vigilia: Brasile, Spagna e Italia (tre delle quattro favorite, l’altra è l’Inghilterra) sgomiteranno insieme nello stesso scompartimento, e con loro anche le outsider, o presunte tali, Portogallo e Olanda. Persino la Costa d’Avorio, la più accreditata del-le africane, è nella macro-area più dura. Invece, dall’altra parte del tabellone c’è meno bagarre: Inghilterra, Francia, Germania e Argen-tina possono contendersi fra loro due posti tra le prime quattro del Mondiale.
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Le urne di Città del Capo, quindi, decretano che l’Italia, tra quarti e semifinale, potrebbe incontrare Spagna e Brasile (sulla carta, le fa-vorite). Decretano che proprio una finale Spagna-Brasile non potrà esistere perché, bene che vada per loro, si incroceranno in semifi-nale. Decretano che la Spagna, nonostante questa volta abbia una rosa all’altezza, per vincere finalmente un Mondiale dovrà sudare le proverbiali sette camicie. Decretano che, tra le favorite, l’Inghilter-ra ha il cammino meno insidioso. Decretano che Germania e Argenti-na, malgrado entrambe con più di qualche pezza al sedere, potreb-bero andare molto lontano (salvo clamorosi flop, una delle due sarà semifinalista). Decretano che la Germania può ancora una volta en-trare tra le prime quattro. Decretano che una finale plausibile può es-sere Inghilterra-Brasile (o Inghilterra-Spagna). Decretano che il cam-mino dell’Italia sarà tutt’altro che morbido. Infine, ricordano che per vincere una Coppa del Mondo (e il cosiddetto ‘bis’ manca dal 1962) occorre anche una buona dose di fortuna. Ci siamo accorti o no che ieri, a Città del Capo, si è già giocato mezzo Mondiale?

martedì

Troppo Sudamerica nel Pallone d’Oro europeo

L’edizione 2009 all’argentino del Barcellona, Lionel Andrés Messi:
perché non tornare a premiare solo giocatori del vecchio continente?


Dalla riforma del Pallone d’Oro sono passati quindici anni ma la deci-sione di estendere il premio anche a giocatori non europei continua a non andarci giù. Puntuale, a dicembre, la lingua torna a battere do-ve il dente duole, quest’anno bussando così: the winner is Lionel An-drés Messi, argentino di Rosario.
Istituito dalla rivista francese France Football nel 1956, il trofeo per quasi quarant’anni premia il miglior giocatore europeo dell’anno sola-re, rispecchiando assai fedelmente l’andamento storico degli eventi. Certo, non mancano recriminazioni, il più delle volte a sfondo campa-nilistico: gli italiani lamentano croniche disattenzioni (Rivera, Rossi e Baggio, gli unici ad averlo vinto prima di Cannavaro), come anche spagnoli e inglesi. Un po’ ovunque si denuncia la scarsa considerazio-ne di portieri e difensori (eppure Beckenbauer vanta due trionfi e tre podi). Forse, per ogni epoca, nazione e ruolo, manca all’appello qual-che fuoriclasse, ma tali amnesie sono unicamente dovute alla forte concorrenza che un trofeo simile impone. Il suo Albo d’oro, ribadia-mo, è largamente attendibile, semmai è il podio troppo stretto per contenere tutti. Semplicissimo.
Dal 1995, con il nuovo regolamento, anche i calciatori di nazionalità extra-europea, purché giochino in club europei (embè), possono con-correre al Pallone d’Oro. Perché mai?
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In questi quindici anni, se non altro per farcene una ragione, ci sia-mo scervellati cercando motivazioni valide, ma invano. Spettacolariz-zazione dell’evento a parte, non esistono vantaggi oggettivi. Anzi, la riforma non fa altro che penalizzare ulteriormente i candidati (eu-ropei e non) aumentando inutilmente una concorrenza già di per sé sfrenata. Sette delle ultime quindici edizioni, cioè la metà, se le ag-giudicano giocatori non europei (Weah, due volte Ronaldo, Rivaldo, Ronaldinho, Kakà e Messi). In pratica, la riforma del 1995 serve solo ad accrescere il numero di bocche da sfamare: chi merita un paio di Palloni d’Oro ne vince solamente uno, chi ne merita uno deve fare il doppio della fatica per vedersi riconosciuto un podio. Tutto qui.
D’altronde, l’equivalente del Pallone d’Oro europeo (il Balòn de Oro, istituito nel 1971) il Sudamerica ce l’avrebbe pure, ma è destinato solo a giocatori che militano in club sudamericani e, come è noto, da trent’anni a questa parte i migliori vengono in Europa. Sicché, se in un primo momento l’Albo d’oro comprende le effettive eccellenze del continente (Pelè, Zico, Maradona, Socrates), negli ultimi due decen-ni perde di importanza, interesse e significato stesso. Ad imporsi so-no giovani in vetrina non ancora sbarcati in Europa (Cafù, Salas, Sa-viola, Riquelme, Tévez), vecchie glorie di ritorno dall’Europa (Rugge-ri, Romario, Veròn) oppure, in mancanza degli uni o degli altri, mez-ze figure che in Europa chissà se mai ci andranno (gli anonimi Car-dozo, Fernàndez, Cabañas). Basti dire questo: nel 1986, quando Ma-radona vince da solo il Mondiale in Messico, il Balòn de Oro sudame-ricano va all’uruguaiano Alzamendi.
Anche il continente africano ha il suo Pallone d’Oro ma, assai più in-telligentemente, lo consegna al suo miglior giocatore, a prescindere dal club di appartenenza. Logiche conseguenze sono un Albo fedele alla storia (con Weah che, nel 1995, vince sia in Africa che in Euro-pa) e un trofeo, ieri come oggi, conteso dai migliori giocatori africa-ni in circolazione, ovunque essi decidano di circolare.
Tutto ciò mentre la FIFA nel 1991 istituisce il Fifa World Player, gio-catore mondiale dell’anno. Nulla di strano se ogni federazione conti-nentale eleggesse il proprio miglior calciatore dell'anno e la FIFA, or-ganismo superiore, ne decretasse il migliore a livello mondiale, ma se l’Albo d’oro del Fifa World Player è pressoché identico al Pallone d’Oro europeo significa che qualcosa non quadra.
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Irritati dalla riforma europea del 1995, abbiamo anche preso carta e penna (meglio se un documento Excel) e ce lo siamo rifatti noi l’Albo d’oro, escludendo sudamericani e africani e consegnando il premio al primo europeo classificato. Sarebbe questo (in corsivo i vincitori vir-tuali): 1995 Klinsmann – 1996 Sammer – 1997 Mijatovic – 1998 Zida-ne – 1999 Beckham – 2000 Figo – 2001 Owen – 2002 Kahn – 2003 Ned-ved – 2004 Shevchenko – 2005 Lampard – 2006 Cannavaro – 2007 Cri-stiano Ronaldo – 2008 Cristiano Ronaldo – 2009 Cristiano Ronaldo. Ma non può soddisfarci. Davvero, in assenza di affermazioni sconta-te e date per certe da mesi (pensiamo a quelle dei Ronaldo e Ronal-dinho), avrebbero comunque ottenuto il massimo dei voti Mijatovic, Lampard e Kahn (un portiere)? Difficile. E poi, davvero Cristiano Ro-naldo, a soli 24 anni, avrebbe già vinto (come solo Cruijff, Platini e Van Basten) ben tre Palloni d’Oro? Molto difficile. È chiaro ed eviden-te che non basta sottrarre i calciatori non europei per ottenere un Al-bo d’oro credibile. Più verosimilmente, senza sudamericani e africa-ni, il premio sarebbe andato a nomi più prestigiosi: magari Zidane ne avrebbe vinti almeno due, forse un paio anche Figo, e uno a testa Beckham, Henry e Raùl. Insomma, il nostro cruccio è proprio questo: gli europei meritavano di più. Non che un Ronaldo non meritasse i due Palloni d’Oro, sia chiaro, ma avrebbe potuto vincerli in Sudame-rica al posto di un Fernàndez qualunque e sarebbero stati tutti più fe-lici e contenti.

sabato

Belgio, la panchina che scotta

A due mesi dall’esonero di Vandereycken ancora dubbi sul sostituto

Non può che scottare la panchina dei 'Rode Duivels', o 'Diables Rou-ges', che dir si voglia. Ma il fatto che scotti malgrado sia vacante la dice lunga sui problemi che il calcio belga vive ormai da un buon de-cennio a questa parte. Ad aprile, causa scarsi risultati e la qualifica-zione ad un altro Mondiale sfumata (il secondo di fila), la Federcalcio belga decide di dare il benservito a René Vandereycken, cittì che, in fin dei conti, ha colpe relative, non avendo fatto né meglio né peg-gio dei suoi ultimi predecessori. Dal suo esonero sono trascorsi due mesi e a Bruxelles si brancola ancora nel buio in cerca di un sostituto che sia, al tempo stesso, commissario tecnico e salvatore della pa-tria. Ma, stando ai fatti, pare difficile trovare qualcuno che possa li-mitarsi a ricoprire anche solo il più semplice dei due incarichi.
Dalla prima scelta, Louis Van Gaal (il Belgio che si affida ad un olan-dese!), è arrivato un 'No' tanto secco quanto eloquente. Per rilanciar-si preferisce il Bayern, e chi può dargli torto. Stessa risposta anche dal secondo della lista, Eric Gerets, che al momento sembra essere il tecnico belga più quotato. Tra i papabili anche Advocaat (altro olan-dese), allenatore di lungo corso con il quale i primi contatti sarebbe-ro andati a vuoto. Resta sempre in piedi, e praticabile, la pista che porta a De Sart, da dieci anni alla guida dell'Under 21 (una promozio-ne se la meriterebbe pure), ma la sua candidatura è la meno allettan-te. Tuttavia, a onor del vero, oggigiorno ad essere poco allettante è proprio la panchina belga.
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L’ultimo Mondiale giocato dal Belgio risale al 2002, l’ultimo Europeo al 2000 (qualificato di diritto perché Paese ospitante), ma il declino ha radici più profonde. Infatti, l’ultima qualificazione ad una fase fi-nale, quella nippo-coreana, è – senza usare troppi giri di parole – un regalo ereditato dai decenni precedenti, grazie ai quali la Nazionale belga si assesta nei quartieri nobili delle classifiche di rendimento (il cosiddetto ranking FIFA) e, da ‘testa di serie’, può pescare le abbor-dabili Scozia, Lettonia e San Marino. Per carità, lungi da noi sminui-re una sesta partecipazione consecutiva ad una fase finale mondiale (dato assolutamente rilevante), tantomeno delegittimare privilegi sa-crosanti conseguiti sul campo. Il punto, piuttosto, è che la generazio-ne che usufruisce di tali benefici non può considerarsi neppure lonta-na parente di quei ‘Diavoli Rossi’ che arrivano secondi ad Euro 80 e quarti a Mèxico 86 e nemmeno di quegli altri ‘buoni diavoli’ che ne-gli anni Novanta continuano a conquistare qualificazioni con autorità e disinvoltura. Dagli anni Duemila si assiste ad un calo verticale che coinvolge inesorabilmente l’intero movimento calcistico belga: Na-zionale, club, campionato.
Nell’ultimo decennio le mancate qualificazioni a due Mondiali ed al-trettanti Europei (corredate da sconfitte con Bosnia, Finlandia, Esto-nia, Armenia e pareggi con Kazakistan, Lituania e Lussemburgo) col-locano il Belgio in terza/quarta fascia dei ranking FIFA e UEFA e la ri-salita si fa ogni biennio più dura. Di male in peggio. Il tutto mentre mediocrità del presente, passato ingombrante, ansie e velleità di ri-scatto costituiscono un mix letale. Ma il tempo stringe e ad agosto si ricomincia. Chi è così temerario da voler rischiare figuracce compro-mettenti, si accomodi sulla panchina belga. È libera.

martedì

Cose da matti

Se qualcuno per l’ultima di Maldini a San Siro avesse ipotizzato un si-mile epilogo sarebbe stato bollato come matto. Una previsione fuori da ogni logica e buon senso. Eppure, è andata proprio così: circa 500 imbecilli lo hanno fischiato, intonando in coro uno stucchevole “C’è solo un capitano, Franco Baresi”. E Paolo, non l’ha nascosto, c’è ri-masto male, molto male. Cinquecento imbecilli. E la cosa peggiore è che almeno la metà non ha più di vent’anni. Saprebbero spiegare la ragione per cui Franco Baresi sarebbe “l’unico degno capitano”? Con ogni probabilità, no. Doppiamente imbecilli.
Innanzitutto (come ha giustamente sottolineato Germano Bovolenta sulla Gazzetta dello Sport il giorno dopo il fattaccio), non esiste “un solo capitano”: tra i più grandi, in rigoroso ordine cronologico, va ri-cordato prima Gianni Rivera, poi Franco Baresi, infine Paolo Maldini. Sono almeno tre, ma per cinquecento mentecatti uno solo è degno di esserlo per l’eternità. Esattamente vent’anni fa, mentre molti di lo-ro nascevano, Paolo sollevava la prima di cinque Coppe dei Campio-ni. Era ancora 'il figlio di Cesare', giovane e bello, l’enfant prodige del calcio italiano. Poi il tempo è volato, rendendolo uomo e bandie-ra. Ma lui, Paolino, a 41 anni è ancora così bello da sembrare eterna-mente giovane e non accorgersi che dal suo esordio ne sono passati 25. Prima o poi il giorno del ritiro sarebbe arrivato: l’ultima a San Si-ro, in quel colosso di cemento che è Storia anche grazie a lui.
In un quarto di secolo, sempre e solo con i colori rossoneri, vince set-te scudetti, cinque Coppe dei Campioni, tre Coppe Intercontinentali, cinque Supercoppe europee, una Coppa Italia e cinque Supercoppe italiane. Con la Nazionale, 126 presenze, quattro Mondiali e tre Euro-pei disputati. Cinquecento imbecilli (con l'aggravante di definirsi mi-lanisti), nel giorno più toccante, lo fischiano.
Stando ai si dice, lo strappo con una parte della tifoseria sarebbe av-venuto dopo Istanbul, nel 2005 (la famosa finale di Champions Lea-gue persa dal Milan, dopo aver condotto per tre a zero, ai rigori con il Liverpool). Al ritorno, in aeroporto, un gruppo di contestatori stril-la: “Vergognatevi. Chiedeteci scusa”. Il 37enne e plurititolato Paolo Maldini dovrebbe chiedere scusa ad alcuni ragazzini di 17 anni per aver perso una finale che più di chiunque altro avrebbe voluto vince-re?! Lo fa notare, rispondendo per le rime. Così come in passato ave-va messo a tacere altre contestazioni da lui non condivise. Da quel momento i rapporti si incrinano, sino alla contestazione (evidente-mente premeditata, chissà da quanto) di alcuni giorni fa.
Poco dopo, a Roma, il Barcellona vince la terza Coppa dei Campioni della sua storia centenaria. A fine partita il suo allenatore, Guardio-la, raggiunto dai microfoni italiani per un commento sul trionfo, elu-de l’argomento e dice: “Vittoria dedicata a Paolo Maldini. Da 25 anni è ammirato in tutto il mondo. Se cambia idea e vuole continuare per un’altra stagione, può venire da noi”. Davvero un bel tipo Guardiola. Bravo, giovane, simpatico. Complimenti, non solo per la Coppa.

lunedì

Un semplice divertissement

Euro 2008: se Italia e Francia fossero uscite entrambe al primo turno

17 giugno 2008, terza partita del primo turno. Italia e Francia, anco-ra una volta di fronte, per andare avanti devono vincere e sperare che la già qualificata Olanda non si lasci battere dalla Romania, man-dando così a casa, in un colpo solo, due dirette avversarie. Ecco co-sa avremmo scritto se gli olandesi, imbottiti di riserve com’erano, avessero concesso il lasciapassare ai rumeni.

Il bello del calcio è anche questo. Il canto del cigno di campioni al tra-monto. Italiani e francesi smaltiscano presto amarezze e delusioni e pensino, invece, a quanto resterà per sempre nella storia, da Parigi 1998 a Berlino 2006. In un colpo solo, vanno via in tanti. Vanno via, insieme, anche i capitani, Cannavaro (con 116 presenze) e Thuram (142). Di fronte a tali perdite, uscire di scena da questo Europeo è davvero il male minore. Ne verranno altri, così come il passato ha re-galato delusioni che oggi, Corea esclusa, facciamo anche fatica a ri-cordare. Invece, per italiani e francesi sarà impossibile dimenticare Berlino e Parigi. E allora, ci chiediamo, perché amareggiarsi per una sconfitta che presto archivieremo nei meandri delle nostre memorie?
Dopo la batosta con l’Olanda, L’Équipe aveva titolato: “Thuram, à bout de souffle?”. A Zurigo non era il solo all’ultimo respiro. A nessu-no è riuscita l’impresa di Zidane in Germania quando, di partita in partita, si allungò la carriera, fino a sbattere sul petto di Materazzi.
Ieri, Italia e Francia erano all’ultimo Inno. La matematica, impieto-sa, stabiliva che, comunque fosse andata, almeno una delle due sa-rebbe tornata a casa. Altrettanto impietoso il verdetto arrivato da Berna: Olanda-Romania 0-1. Grazie lo stesso.
Adesso sarebbe bello se a ‘Fiumicino’ e ‘De Gaulle’, italiani e france-si trovassero connazionali ad aspettarli e applaudirli. Zambrotta e Thuram, in Austria-Svizzera c’erano e i loro errori sono umani e per-donabili. Nobiltà e immunità. Totti, invece, non ha fatto niente per esserci e la sua fedina è senza dubbio più sporca. Ma il suo ‘core’ batte per la Roma e, si sa, preferisce risparmiarsi ossa, muscoli e perni per portare la Champions League nella capitale. Comprensibile, dal suo punto di vista, ma non è proprio dalle sue parti che si di-ce “Chi si estrae dalla lotta è un gran figlio di…”?

Il due a zero di Olanda-Romania fa di queste righe un semplice di-vertissement. Anche l’Italia vince con lo stesso risultato e va avanti (fermata poi ai rigori dalla Spagna, futura campione d’Europa), men-tre la Francia torna subito a casa. Uscite di scena banali. Forse, così come l’avevamo immaginato noi, sarebbe stato un addio più solen-ne.

domenica

Caro Nereo, ne sono passati trenta

L’anniversario della scomparsa di Rocco: moriva il 20 febbraio 1979
Padre del calcio all’italiana, costruì i suoi successi su gruppo e difesa

Caro Nereo, da quel 20 febbraio 1979, ne sono passati trenta. Poco più di una ventina da quando la storia decise che eri diventato il pas-sato e che il passato era passato di moda. Anche i giornali si ade-guarono ai tempi contenendo le tue assidue incursioni. E sì, perché continuavi a parlare e far parlare di te come e più dei vivi: “Rocco diceva”, “Rocco direbbe”, “Quella volta in cui Rocco”, “Quando il Paròn”. La memoria era fresca e quel senso di vuoto doveva es-sere in qualche maniera colmato. D’altronde, gli stessi protagonisti di quegli anni, da Enzo Bearzot e Cesare Maldini a Giovanni Trapat-toni, anche dall’alto dei loro trionfi, non perdevano occasione per ri-cordarti, proclamandosi con orgoglio tuoi figli, discendenti diretti.
Poi, un bel giorno, arrivò Arrigo, che a San Siro strapazzò il Real Ma-drid 5-0. Il suo fu definito il calcio del futuro, tuttavia si basava sulla classe di tre olandesi e di un certo Franco Baresi, che di professione era pur sempre libero. Come Franz Beckenbauer. Di lì a poco, anche ruolo e termine andarono in disuso, diventando entrambi sinonimi di ‘vecchio’, ‘obsoleto’, ‘passato di moda’. Eppure, Nereo, quel ruo-lo l’avevi inventato tu, facendolo conoscere al mondo mentre il mon-do imparava a dargli anche un nome, ‘libero’, prontamente coniato dal tuo amico e strenuo difensore, Gianni Brera. Era parte integran-te di un modulo finalmente tutto nostro, il cosiddetto gioco all’italia-na (catenaccio e contropiede) che, nel corso di decenni, ha prodotto non pochi risultati di prestigio. Diventò il nostro marchio, imitato an-che all’estero e riproposto da quasi tutti gli allenatori almeno sino al-la fine degli anni Ottanta. Ricordi quanti italiani, non solo milanisti, facesti felici portando a casa la prima Coppa dei Campioni? Era la pri-ma volta che un nostro club ne conquistava una, e quella foto in cui tu e capitan Cesare la sollevate scendendo dall’aereo che vi riporta-va da Wembley ha fatto epoca. Ma il tempo passa troppo velocemen-te e si dimentica in fretta. D’un tratto quel marchio diventò un pe-sante fardello di cui vergognarsi, una fastidiosa etichetta da scucirsi alla svelta.
Ma no, Nereo, non è colpa di Arrigo: lui è stato progressista e inno-vatore così come lo sei stato tu, in tempi diversi. È il futuro che, sul finire degli anni Ottanta, arrivò all’improvviso cambiando un po’ tut-to, e tornare indietro, si sa, è impossibile. Quel Real uscì frastorna-to da San Siro, come se avesse trovato di fronte una squadra che, in-vece di giocare il solito calcio, praticava un altro sport: pressing, di-fesa che sale, fuorigioco. E stanne certo, quegli spagnoli erano vec-chi volponi ma, quel giorno, neppure una commission interna convo-cata d’urgenza avrebbe potuto salvarli. Il massacro avvenne sotto gli occhi di tutti: davanti al nuovo che avanza e devasta bisognava cor-rere ai ripari e che lo si facesse in tutta fretta.
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Sai, Nereo, quello a cui stavamo alludendo è stato un periodo di gran-di cambiamenti e dispute, tattiche e ideologiche. Inizialmente si for-marono due fazioni: da una parte i sostenitori del gioco a uomo, dal-l’altra quelli della zona (più o meno pura). Sul campo, però, la diatri-ba si risolse ben presto a favore di questi ultimi. Già ad ‘Usa 1994’ la maggior parte delle squadre si presentò con i due centrali in linea (delle grandi, la Germania fu l’unica a schierarsi ancora con il libero staccato), tendenza che divenne predominante quattro anni dopo in Francia. Il processo di trasformazione poteva dirsi ormai compiuto: almeno nell’accezione più classica del termine, il ruolo di libero (in passato magistralmente interpretato dai Beckenbauer, Krol, Moore, Passarella, Scirea e tanti eccetera) aveva cessato di esistere. Posi-zionare un uomo lì, dietro la difesa, avrebbe solo concesso un gioca-tore in più all’avversario e reso più faticosa una sistematica applica-zione del fuorigioco. Da quel momento in poi, il concetto di difensivi-smo fu messo al bando, quasi fosse un infamante retaggio del pas-sato. Ricordando quanto assai spiacevolmente accadeva nei più auto-revoli salotti televisivi di quel periodo, sembrava dovesse essere tut-to cancellato alla svelta, rimosso dalla memoria. Se non, addirittura, dagli almanacchi. In molti, se solo avessero potuto, insieme al passa-to avrebbero rinnegato i nostri stessi trionfi. A difenderli, tra i po-chissimi ancora a farlo, non c’era più neanche Brera. Se ne andò una sera di dicembre del 1992, rientrando dopo una cena (“Les hommes qui ne boivent pas ne sont pas bons”, ti scrisse quella volta lì).
Caro Nereo, sapessi quante critiche e insulti ha dovuto subire il buon Cesare per il suo atteggiamento difensivista a ‘Francia 1998’. Eppu-re riuscì a bloccare sullo zero a zero i futuri campioni del mondo, per-dendo in casa loro solo ai rigori. Come altro poteva contenerli, con i Torricelli, Pessotto, Di Biagio, Cois e Moriero? Con tutto il rispetto, per piacere. Fece le barricate. Le aveva imparate da te. A 66 anni ha avuto la possibilità di guidare l’Italia in un Mondiale e se l’è gio-cato come meglio sapeva. Senza rimpianti.
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Quanto al difensivismo, Brera – e come dargli torto! – ne dava una spiegazione antropologica. Sosteneva che il gioco all’italiana riprodu-cesse storicamente il nostro temperamento. Per secoli abbiamo dife-so il nostro territorio per cui la difesa (resistenza, opposizione, sop-portazione, sofferenza, attesa) è nella nostra genetica, è congenita, istintiva, quasi ereditaria. È quanto di meglio sappiamo mettere in campo. Le nostre guerre le abbiamo vinte in trincea, quando abbia-mo fatto le barricate.
E tu, Nereo, della lunga tradizione di allenatori ‘all’italiana’ sei stato senza dubbio il più grande. Padre del catenaccio e maestro di rappor-ti umani. Sei diventato l’icona di un calcio diverso, romantico, d’al-tri tempi, andato via per sempre. Dovresti sentirli i tuoi ‘figli’ come parlano di te. Sai, alcuni di quei ragazzi oggi hanno una certa età e fatto carriere importanti anche in panchina, ma non appena gli si chiede del Paròn diventano fiumi in piena. Ricordano quanta impor-tanza dessi al gruppo, allo spogliatoio. Con loro, raccontano, divide-vi tutto: emozioni, gioie, dolori, tavola, tempo libero, anche i quat-trini del premio-partita. Bearzot dice che con te ha imparato “due cose fondamentali. Primo, come si crea un ambiente, un’atmosfera. Secondo, una squadra si regge sui vecchi: il giovane ti dà la gamba, il vecchio la testa”.
Alcuni tuoi detrattori sostengono pure che non fossi molto abile in fatto di tattica. Ma erano altri tempi, molto lontani dal tatticismo esasperato a cui siamo abituati oggi. Le tue partite le preparavi in altro modo: responsabilizzando i giocatori, parlando con loro, deci-dendo insieme la formazione. Prima di ogni partita importante, eri solito interpellare il ‘grande consiglio degli anziani’, la leggendaria commission interna: Maldini, Trapattoni, Rivera, Rosato, Altafini, Schnellinger, Ghezzi, Cudicini, i tuoi uomini di massima fiducia, in campo e fuori. Dicevi che “un giocatore che si è imposto per la sua classe, in Nazionale o in squadre di grido, a 30/31 anni non è finito. Invecchia precocemente solo se si sente abbandonato”. Hai avuto sempre molta considerazione degli anziani, riciclandone tanti dati ormai per finiti. Sapevi quanto nelle grandi competizioni contasse soprattutto l’esperienza. Allora, sai che forse il tuo capolavoro è pro-prio Wembley? Sì, quando sbagliasti la marcatura su Eusebio. Il Benfi-ca vinceva 1-0 e fu la commissione interna a prendere in pugno la si-tuazione: capitan Maldini si consultò con Ghezzi e decise di spostare il Trap sul fuoriclasse portoghese, che non toccò più palla. Finì 2-1 (doppietta di Altafini) e tornaste in Italia con la Coppa. Sai che, a tutt’oggi, Cesare non ha mai rivendicato quel merito? Se potessi sen-tirlo, continua a dire che quel giorno “comunicare con Rocco era im-possibile perché a Wembley le panchine erano lontanissime dal cam-po e poi c'erano due poliziotti giganteschi che impedivano al nostro allenatore di muoversi”.
Quella di Wembley fu l’ultima partita del tuo primo ciclo milanista. Andavi al Torino, al cui presidente avevi dato la parola alcuni mesi prima. Rinunciavi alla barca di soldi che ti offriva Rizzoli e alla tua stessa volontà di restare a Milano. Con Pianelli c’era stata solo una stretta di mano, per te fondamentale: “Xe tardi. Mi son de France-sco Giuseppe e la parola xe una”, rispondesti al cumenda milanese sicuro che avresti accettato. È una frase che rimbomba forte ancora oggi, ogni qual volta c’è un contratto miliardario non rispettato.
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Ti esprimevi quasi esclusivamente nella tua lingua, il triestino, indi-pendentemente da chi avessi di fronte. Preferivi apparire burbero e nascondere quel lato sentimentale che, invece, ti hanno saputo rico-noscere in molti. Intorno a te si è creato un ‘personaggio’ che, erro-neamente, troppo spesso è stato anteposto alla persona. A tal propo-sito, Rivera non ha dubbi: “Rocco è uomo vero, autentico. Anzi, na-sceva proprio come anti-personaggio, e lo era in maniera talmente prorompente e naturale da sembrare il contrario”. Se ne accorse an-che Fellini, che nel ruolo del padre di Titta aveva bisogno di un uomo grezzo ma in fondo sensibile, bonario, simpatico, e ti propose di re-citare in Amarcord. Ci pensasti un attimo, poi “No, grassie, sior Fel-lini”, fu la tua risposta. Il mondo del cinema non era nelle tue corde. Semmai, scherzavi con i tuoi ragazzi per tenere alto il morale, come quando Altafini sbucava fuori tutto nudo dal tuo armadietto e tu, puntualmente, facevi finta di spaventarti: “Bruto mona, te me fa ve-gnir l’infarto!”.
Sai, le tue frasi non si traducono più. Sono state prima legittimate dalla carta stampata e poi entrate di diritto nella letteratura più au-torevole. Fanno parte di una memoria che si conserva e trasmette da spogliatoio a spogliatoio, da allenatore ad allenatore, da giornali-sta a giornalista, di generazione in generazione. Una ricca antologia di frasi, espressioni, aneddoti, citazioni, miti e luoghi, da cui attin-gere non appena ricorrenze storiche e vicende del presente ce ne of-frono l’occasione. Perché, come ripete Rivera (colui di cui tu dice-vi "Giani xe i miei oci"), “il Paròn manca fisicamente a tutti”.
Caro Nereo, ne sono velocemente passati trenta. Intanto, Enzo ha portato a casa una Coppa del Mondo, Cesare tre titoli europei Under 21 e il Trap è l’allenatore italiano che ha vinto più di tutti. Oggi, Gioanìn, ha 70 anni e corre ancora in tuta in mezzo ai ragazzi. In Germania lo adorano, mentre in Italia alcuni dicono che sia un vec-chio rincoglionito. Da un anno è alla guida dell’Eire e, zitto zitto, lo sta portando al Mondiale.
Ah, un’ultima cosa, ma sicuramente lo saprai già: due mesi fa l’As-sassino, il ristorante milanese che tu chiamavi il tuo uficio, ha cam-biato gestione. I vecchi proprietari sono andati in pensione. Cesare è stato fedele cliente fino a pochi giorni prima. Anche di lui dice-vi: “Di Cesare me posso fidar”.

Nereo Rocco con Cesare Maldini

sabato

Bernd Stange, un ct da regime

L’ex commissario tecnico della DDR ora alla guida della Bielorussia
Spiava i giocatori per la Stasi: ripudiato in patria, voluto a Minsk


Raramente si sente parlare della Nazionale bielorussa. Altrettanto in-solito è leggere di Bernd Stange, ex allenatore della Germania Est, poco conosciuto e ormai alla soglia della pensione. Sono entrambi ar-gomenti che non fanno notizia, perciò il disinteresse collettivo è in un certo qual modo giustificato. D’altronde, non è cosa insolita sco-vare tecnici europei (tedeschi, olandesi, francesi, inglesi), dal passa-to non necessariamente glorioso, sparsi su panchine di mezzo mondo e Paesi più impensabili. Al contrario, il connubio Bielorussia-Stange è assai curioso e meritevole d’attenzione. Capiamone il perché.
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Il calcio, nei regimi totalitari di ogni epoca e credo politico, è noto-riamente strumento di controllo delle masse. In contesti simili, in-trecci e ingerenze tra Stato e sport sono pratiche molto diffuse: da Hitler a Mussolini, passando per i vari Tito, Franco, Videla e Ceau-sescu, gli esempi si sprecano.
Fino al 1989, il Muro di Berlino non traccia solo un confine geo-poli-tico: una profonda linea di demarcazione divide in Est e Ovest anche il calcio. A separare i due blocchi, più che aspetti agonistici, sostan-ziali differenze di carattere ideologico, con relative ripercussioni su prospettive di carriera, abitudini sportive e di vita. Da un lato, in Occidente, abbiamo un’industria calcistica già da tempo strutturata secondo i più moderni usi e consumi (professionismo, libero merca-to, ingaggi elevati e concorrenziali); dall’altro, in Unione Sovietica e nei Paesi sotto la sua influenza, si assiste anche nello sport a pro-tezionismo, chiusura delle frontiere, salari parastatali, severo con-trollo ideologico. Il Muro, in breve, divide l’Europa calcistica in ricchi e poveri.
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Tanto per cominciare, nei Paesi dell’Est gli sportivi non godono dello status di professionisti. Gli stessi club, di fatto, appartengono ad en-ti statali, di cui i giocatori risultano essere formalmente dipendenti. Così, il Cska è la squadra dell’Esercito, la Dinamo della Polizia, il Lo-komotiv delle Ferrovie, lo Spartak del ‘popolo’ (ma, in pratica, con-trollata dal Partito Comunista), la Torpedo dell’Industria automobi-listica. Ai calciatori, inoltre, non è permesso trasferirsi in club occi-dentali: in Urss il divieto è assoluto, mentre alcuni governi filoso-vietici concedono il nullaosta non prima che un atleta abbia compiuto il ventottesimo anno d’età. Solo con l’avvento di Gorbachev, duran-te la Perestrojka, si assiste ad una leggera e progressiva apertura, ma si dovrà comunque aspettare la fine degli anni Ottanta per ve-dere espatriare i primi giocatori sovietici.
Tra Coppe europee e partite di Nazionale le occasioni di contatto tra i due blocchi sono all’ordine del giorno. Numerosi racconti riferisco-no di squadre occidentali prelevate in aeroporto, fatte salire su pullman con vetri oscurati e accompagnate in albergo, di lì diretta-mente allo stadio, e poi tragitto inverso. Ciò accade principalmente a Mosca, non di rado anche nelle maggiori capitali dell’Est. Vicever-sa, la realtà occidentale è assai più nota, soprattutto per calciatori che viaggiano, comunicano e conoscono differenze e condizioni di vi-ta al di là del Muro. In verità, rispetto al resto della popolazione, la loro è innegabilmente una categoria privilegiata (lo sport ha pur sempre un forte valore propagandistico), eppure non è difficile im-maginare un generale malcontento, oltre che il legittimo desiderio di confrontarsi con i migliori campionati d’Europa e guadagnare quanto colleghi dell’Ovest di pari fama e valore.
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Sono anni di rischiose e non sempre riuscite evasioni, soprattutto dalla Germania Est, importante avamposto sovietico. Molti i tenta-tivi di fuga sventati, come quelli di tre giocatori della Dinamo Dre-sda durante una trasferta di Coppa in Olanda: accusati di tradimento vengono imprigionati per un anno e poi squalificati a vita. Ma il caso più eclatante riguarda Eigendorf, giovane centrocampista della Dina-mo Berlino e della Nazionale, che muore in circostanze ancora non del tutto chiare pochi anni dopo l’evasione. Per fuggire approfitta di una partita in Germania Ovest, ma lascia a Berlino Est moglie e fi-glia. La donna per mesi viene pedinata da agenti della Stasi, il fa-migerato servizio segreto della DDR, e poi convinta a divorziare e sposare uno degli stessi agenti. Siamo nel 1983. Eigendorf, intanto, trova ingaggio in Bundesliga, ma è un’intervista rilasciata in televi-sione a segnare la sua condanna a morte: davanti al Muro critica aspramente il sistema calcistico della Germania Est, riferendo par-ticolari e intrighi politici. Due giorni dopo è vittima di un anomalo incidente stradale. Successivamente, la diffusione di molti documen-ti segreti della Stasi non fa che alimentare i sospetti sul caso. Se-condo un giornalista tedesco (autore del documentario ‘Morte del traditore’), più prove reggerebbero la tesi dell’omicidio: agenti del servizio avrebbero iniettato al giocatore un miscuglio di veleno e sonnifero.
Tutto ciò mentre il campionato della DDR, la Oberliga, è vinto quasi sistematicamente dalla Dinamo Berlino (dieci titoli consecutivi dal 1979 al 1988), anche per via di corruzione sportiva, arbitraggi favo-revoli e trasferimenti forzati dei migliori calciatori. La società, in-fatti, è patrocinata dalla Stasi di Erich Mielke, storico capo dell’or-ganizzazione segreta nonché primo tifoso del club berlinese.
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Bernd Stange, classe 1948, nasce e cresce nella Germania Est di quegli anni. Abbandona presto la carriera da giocatore per quella da allenatore e, giovanissimo, coglie i primi successi alla guida del Carl Zeiss Jena. Entra, quindi, nei quadri federali: dapprima gli viene af-fidata l’Under 21, poi la Nazionale maggiore (1983-88).

La Germania Est del tempo attinge principalmente da Dinamo Ber-lino, Dinamo Dresda e Lokomotive Lipsia. Non è più la DDR del de-cennio precedente (quella dei Croy, Bransch, Weise, Pommerenke, Sparwasser, Vogel, Ducke, Hoffmann, Kreische), ma può ancora con-tare su una buona squadra: gli anziani Streich e Dörner, discreti ele-menti quali Döschner, Kreer, Pilz, Minge, Liebers, Ernst, e i promet-tenti Sammer, Doll e Kirsten. Sfiora la qualificazione a Mexico 1986, mentre ad Euro 1988 e Italia 1990 finisce nello stesso girone elimi-natorio dell’Urss e passano i sovietici che, comunque, sono più forti.
Nel frattempo la Stasi, che si circonda di informatori fidati per mo-nitorare il comportamento dei cittadini, recluta anche Stange: con il nome segreto di Kurt Wegner, ne diventa l’infiltrato sportivo. In teo-ria, si può scegliere se accettare o meno l’incarico, in pratica rifiu-tarlo è altamente sconsigliato. Il suo compito è riferire umori dello spogliatoio ed eventuali critiche al regime comunista, fornire infor-mazioni sulle preferenze politiche di giocatori e colleghi allenatori, carpire segnali di insoddisfazione e possibili progetti di fuga.
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Con il crollo del Muro, cambia tutto: contesto, situazioni, equilibri. E molti fatti vengono alla luce. Mentre i principali (e non) calciatori dell’Est si riversano nei campionati occidentali in cerca di marchi, sterline, pesetas e lire, Bernd Stange diventa immediatamente per-sona sgradita, impopolare. Il marchio di spia è indelebile e la Germa-nia riunita lo ripudia. Perde il posto anche nell’orientalissima Lipsia, un tempo importante roccaforte del regime: anche lì le cose cambia-no in fretta e lo stesso club, intanto, da Lokomotive ha trasformato il nome in un meno evocativo VFB.
Ha quasi cinquant’anni, un passato pesantissimo e un futuro incer-to. Comincia così un lungo girovagare. Va ad allenare a Dneprope-trovsk e Kiev, nel neonato campionato ucraino, per tre anni è in Australia, poi addirtitura in Oman. Nel 2002 diventa commissario tecnico della Nazionale irachena: è una panchina ben retribuita e non può permettersi di rifiutarla. In Iraq lavora bene con pochi mezzi e scarse risorse. Ma ne vede anche di cotte e di crude, a cominciare dall’uccisione del suo autista personale. La guerra è alle porte e la-scia l’incarico poco prima dell’invasione statunitense. Successiva-mente lo troviamo a Cipro, all’Apollon Limassol, con cui si toglie an-che la soddisfazione di vincere un campionato nazionale.
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Dal luglio 2007, Bernd Stange è alla guida della Nazionale bielorussa, si dice voluto direttamente dall’autoritario presidente Aleksandr Lu-kashenko, noto come ‘l’ultimo dittatore comunista d’Europa’. Lui, che conosce il russo e particolari situazioni, accetta subito e volen-tieri. A Minsk si trova benissimo e non perde occasione per ribadir-lo, oltretutto con una squadra modesta sta ottenendo buoni risultati.
Chiamata, situazione politica, simpatie reciproche: difficile ritenerle pure e semplici coincidenze. In ogni caso, lassù in Bielorussia, il vec-chio Bernd sembra vivere una nuova giovinezza e lavorare in tran-quillità.
Su di lui, indubbiamente, pesa un passato scomodo. Colpe e respon-sabilità non possono essere sminuite ma è opportuno anche conte-stualizzarle. E quindi, se è vero che la Stasi si circondava di persone fidate, e le vicende ci portano a dire che Stange fosse una di quelle (d’altronde, destò scalpore quando il Governo della DDR, impedì al suo predecessore, Buschner, di prendere parte ai sorteggi in Germa-nia Ovest per il Mondiale 1974, temendone una fuga), è anche vero che occorre porsi alcune domande. Avrebbe potuto rifiutare l’incari-co di informatore? A quale prezzo? Può essere davvero definito com-plice di determinati meccanismi (costrizioni, oppressioni, insicurez-ze croniche dei cittadini) in atto nella Germania Est oppure, in una certa qual misura, ne è anche vittima? Se avesse potuto scegliere, non avrebbe preferito sedersi su panchine occidentali più tranquille e remunerate disinteressandosi di politica? E poi, sappiamo esattamen-te cosa riferiva ai servizi segreti?
Stange oggi è un uomo di sessantuno anni. Sotto i piedi, prima an-cora che il Muro, si è visto crollare il suo calcio e ne ha pagato le con-seguenze incassando ostilità, disprezzo e offese. Capiamolo se, in un mondo che lo ripudia, va a cercarsi dove può un angolo di familia-rità.


Lo storico gol di Sparwasser (DDR) contro la Germania Ovest al Mondiale 1974

Iacovone, Taranto non dimentica

Trentuno anni dalla tragica scomparsa del centravanti molisano
Quando la città accarezzò un sogno: mai così vicina alla serie A


Malgrado tutto, quella di Erasmo Iacovone è una bella storia. Così co-me l’affetto che ancora oggi gli riservano i tarantini. Nei prossimi giorni cade il 31esimo anniversario della sua morte e il suo nome sa-rà scandito a gran voce nello stadio a lui intitolato. Da quel 1978 ac-cade ininterrottamente ogni anno, durante la prima partita casalinga del mese di febbraio. È rito che si ripete, rievocazione e celebrazio-ne dell’indissolubile legame tra la città e un ragazzo che a 26 anni, baffi e sorriso malinconico, stava per portarla in serie A.
La storia di Iacovone è tra le più intense e commoventi del nostro calcio. Non è affatto irriverente paragonarla a quella del Grande To-rino: cambiano epoca, dimensione calcistica e realtà geografica ma il coinvolgimento popolare è pressoché identico.
Per Taranto, città stretta tra mare e Italsider, il calcio è anche valvo-la di sfogo, momento di orgoglio campanilistico e distrazione dai pro-blemi quotidiani. Lo è più che mai sul finire degli anni Settanta, quando l’assai difficile situazione socio-economica coincide con il pe-riodo di maggiori soddisfazioni sportive.
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Sono i tempi della serie B nel vecchio stadio della Salinella, con le tribune in legno e tubi Innocenti. Gli adulti ricordano ancora il calore della gente che lo gremisce, il rumore assordante di migliaia di piedi che battono insieme su quei tavolacci, l’entusiasmo di una città, l’at-tesa settimanale per partite che, in casa, sembrano già vinte in par-tenza. Perché alla Salinella, quasi fosse un Filadelfia del Sud, i gioca-tori moltiplicano le forze, danno l’anima. Di padre in figlio si traman-dano nostalgici racconti di una squadra, la più amata e seguita di sempre, a cui solo il destino impedisce di andare in A. Quei nomi, sia pur per sentito dire, li conoscono anche i trentenni di oggi. È il Taranto di Nardello, Dradi, Turini, Petrovic, Gori, Cimenti, Giovan-none, Caputi, Panizza (tutta gente che lega ai colori rossoblu gran parte della carriera), del lucano e futuro ‘azzurro di Spagna’ Franco Selvaggi, ma è soprattutto il Taranto di Erasmo Iacovone.
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Molisano di Capracotta, viene acquistato nell’ottobre del 1976 per una cifra vicina ai 400 milioni di lire (inizialmente, per la sola com-proprietà, il presidente Fico ne sborsa quasi 200), somma, per quei tempi, considerevole. È un centravanti classico, dotato di buona tecnica e forza fisica, non altissimo ma molto abile di testa. Va in re-te all’esordio e poi con continuità sino al termine del campionato.
Da subito con la tifoseria si instaura un rapporto speciale. Erasmo si fa apprezzare per le prestazioni in campo (grande temperamento, at-taccamento alla maglia), ma anche per qualità umane e simpatia: professionista serio, onesto, schivo, tranquillo, rinomato pantofola-io. Ha un vezzo, che i più notano: se pensieroso o concentrato, è so-lito portarsi la collanina alla bocca, stringendola tra le labbra. Si è da poco sposato con Paola, che presto rimane incinta. La moglie, anche per via della gravidanza, fa la spola tra Taranto e Carpi, in Emilia, dove vive la sua famiglia. Lui, quando lei non c’è, preferisce restare in casa e sentirla per telefono.
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La stagione 77-78 comincia benissimo, con la squadra jonica sta-bilmente nelle prime posizioni. Per la promozione, l’Ascoli è lancia-tissimo ma il Taranto, grazie ad uno Iacovone maturo e trascina-tore, sembra poter contendere alla pari secondo e terzo posto a Ca-tanzaro e Avellino. In città, per la prima volta, si accarezza il sogno della serie A.
Durante il mercato autunnale, tra le società interessate al centra-vanti tarantino, la più pressante è la Fiorentina che, per averlo su-bito, è disposta a versare 700 milioni in contanti (mentre, per giu-gno, si parla con insistenza di Roma e Inter, che per il suo cartellino offrirebbero più di un miliardo), ma il trasferimento in Toscana sal-ta: il presidente Fico proprio non se la sente di lasciarlo partire, al-meno sino al termine del campionato quando la cessione sarà inevi-tabile, necessaria per le casse, e quindi meno dolorosa. E poi, chis-sà, sembra essere proprio l’anno buono.
A fine novembre, per la prima volta nella storia, il Taranto affronta il derby con il Bari con un vantaggio in classifica: vince 1-0, segna Iacovone con una sorta di ‘cucchiaio ante litteram’ e la Salinella può esplodere di gioia. È Natale e la città è felice. Anche Erasmo lo è: sta per nascere una figlia, è capocannoniere della B e ha una carriera davanti.
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Domenica 5 febbraio alla Salinella arriva la Cremonese. Le cronache del tempo raccontano di uno Iacovone quel giorno scatenato: per tut-ta la partita tenta di segnare in ogni modo ma trova il portiere av-versario, Ginulfi, in giornata di grazia. Finisce zero a zero. Erasmo è amareggiato.
In serata, alcuni compagni di squadra si riuniscono a casa di Turini. Lui e pochi altri, invece, accettano l’invito di Oreste Lionello, che si esibisce a La Masseria, un locale sulla Taranto-San Giorgio Jonico. Ha una Alfetta, auto abbastanza robusta, ma quella sera prende l’uti-litaria, una Dyane 6. Al ristorante cerca un telefono per chiamare Pa-ola, che è a Modena per sottoporsi ad alcuni controlli ginecologici. Quando torna al tavolo, viene a sapere che lo spettacolo di cabaret non va più in scena per scarsa affluenza di pubblico. È già passata la mezzanotte e decide di tornarsene a casa.
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Alle 00:40 è tutto finito. In un lampo. La vita di un 26enne, il sogno di una città. L’incrocio è quello che da una strada secondaria porta sulla statale Taranto-San Giorgio. Svoltando a sinistra, la Dyane vie-ne travolta da una potente Alfa appena rubata e guidata a folle ve-locità da un pregiudicato locale, tale Marcello Friuli. Viaggia sui 200 km/h, a fari spenti, perché inseguito a poche centinaia di metri da una volante della polizia. L’impatto è violentissimo, il corpo di Era-smo scaraventato lontano dall’abitacolo. La sua auto un ammasso di lamiere, ‘affrizzolata’, come dicono a Taranto.
In poche ore la notizia fa il giro della città, più veloce di internet e telefonini: “Ha muért Iacovone!”. Già all’alba, davanti all’ospedale SS. Annunziata si radunano centinaia di persone. Arriva Fico, tra i primi. Arrivano anche i compagni di squadra. Il portiere Petrovic è sconvolto e deve essere trattenuto con la forza perché vorrebbe trovare l’assassino (ricoverato per lesioni non gravi) e farsi giustizia da solo. La polizia cerca di calmare la folla, sempre più numerosa. Intanto, di tutta fretta, avvisati da una telefonata che lascia poche speranze, arrivano anche genitori e fratelli di Erasmo, mentre a Pa-ola il medico vieta di partire.
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I funerali hanno luogo martedì 7 febbraio, alle 10, nella chiesa di San Roberto Bellarmino. Di lì, il corteo si trasferisce allo stadio. Si con-tano circa 40 mila presenze, persone di ogni età e ceto. Molti negozi della città lasciano le serrande abbassate. Piove a dirotto. La bara, portata a spalla dai compagni di squadra, è al centro del campo. La Salinella è in lacrime. Quel giorno piangono anche i poliziotti.
Fico, tra i più grandi presidenti della storia tarantina, non si dà pa-ce: “Se ad ottobre lo avessi ceduto alla Fiorentina – ripete singhioz-zando – avrei potuto cambiare il destino”. Poi promette ufficialmen-te: “In questo momento esprimo l’impegno a far intitolare al tuo no-me questo stadio”. Erasmo Iacovone, da idolo, diventa mito.
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Chi scrive alcuni anni fa è a Taranto, a cena con amici in un ristoran-te nei pressi di viale Magna Grecia, nel cuore della città. Non appena fuori, ci intratteniamo alcuni minuti, il tempo di una sigaretta. A po-chi metri da noi c’è anche il proprietario del locale, un uomo sulla sessantina. Asciutto, brizzolato, maglia bianca e grembiule da lavo-ro. È appoggiato ad un muretto e fuma anche lui. Sembra assorto nei suoi pensieri, si guarda attorno con fare distratto e, inevitabil-mente, ascolta frammenti dei nostri discorsi. Noi chiacchieriamo del più e del meno. Chissà come e perché, qualcuno dei tarantini con cui siamo nomina lo stadio. Passano pochissimi secondi e quell’uomo è accanto a noi: “L’hanno trovato così – dice portandosi il girocollo d’oro alla bocca –: con la collanina ancora stretta fra le labbra. Era-smo, che giocatore! Quell’anno davvero stavamo andando in serie A”. Getta la cicca e torna nel retrobottega.

La bara di Erasmo Iacovone portata a spalla da alcuni suoi compagni di squadra