venerdì

Torino periferica, Juventus declassata?

In futuro la Vecchia Signora potrebbe abbandonare l’élite

Abituiamoci ad una Juventus diversa. L’idea di Juventus impressa da oltre sessant’anni nell’immaginario collettivo degli italiani non corrisponde più alla realtà. Sconquassando prima l'idea astratta, sarà più facile abituarsi a deludenti risultati sportivi i quali, in quest’ot-tica, non saranno solo e necessariamente fallimentari.
Per quasi un secolo Torino, città della Fiat e della Juventus, è la ca-pitale calcistica d’Italia. Torino-Milano l’asse portante sul quale viag-giano gli scudetti. Dal Dopoguerra se ne dividono 50 su 62, ciò signi-fica che solo un paio per ogni decennio finiscono altrove: Roma (4), Firenze e Napoli (2), Bologna, Genova, Cagliari e Verona (1).
Noi di Undici di certo non ipotizziamo per la Juventus un futuro ca-tastrofico (anzi, un campionato potrebbe anche vincerlo fra non mol-to, visto che il ciclo dell’Inter non può durare in eterno), però ritenia-mo che sia destinata ad abbandonare l’élite mischiandosi nel novero delle outsiders alle quali Milano concederà i due (magari divente-ranno tre) titoli per decennio. Insomma, immaginiamo una Italia cal-cistica Milanocentrica a scapito di una Torino declassata e ridimen-sionata. A supportare questa tesi una semplice analisi di un conte-sto storico-calcistico irrimediabilmente mutato.
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La Juventus degli Agnelli non esiste più. E non esiste più non solo perché la proprietà ora è nelle mani di eredi meno capaci o cari-smatici ma, soprattutto, perché è venuto meno quel contesto storico-calcistico sensibile al peso politico della Fiat e della famiglia Agnelli.
E poi, sfatiamo un mito: la Juventus storicamente non ha mai eser-citato uno strapotere economico sovrastante o speso cifre folli. An-che per via di una politica che imponeva stile e misura, non si ri-cordano aste miliardarie, soprattutto negli anni Settanta quando la crisi dell’automobile sconsigliava sperperi immorali. I migliori gioca-tori finivano a Torino per prestigio della società, prospettive di car-riera e odore di Nazionale. Inoltre, per decenni, la Juventus si è av-valsa di dirigenti abilissimi (Allodi e Boniperti, forse i migliori mai esistiti) e di una organizzazione feudale (vivai di Atalanta e Cremo-nese su tutti) che le garantiva, pagandoli il giusto, il diritto di pre-lazione sui migliori talenti in circolazione.
Questi equilibri si rompono già sul finire degli anni Ottanta quando costi e ingaggi salgono improvvisamente alle stelle in un clima di aperta concorrenza. Come data spartiacque si suole indicare l’estate del 1986 quando l’atalantino Donadoni, da prassi destinato alla Ju-ventus, finisce invece al Milan del neo presidente Berlusconi che sul piatto offre molto di più. Da allora, per dirla in maniera spicciola, i migliori giocatori vanno al miglior offerente e, nella seconda metà degli anni Novanta, a poter disporre di denaro contante non sono solo le milanesi di Berlusconi e Moratti ma anche il Parma di Tanzi e la Lazio di Cragnotti.
Il declino della Juventus sarebbe arrivato anche prima se, nel 1994, la società bianconera non avesse chiamato a corte Luciano Moggi (telefonate a parte, il miglior direttore sportivo in circolazione). L’Avvocato, che intanto ha passato la mano al fratello Umberto, lo definisce “un male necessario”. E in realtà è così. Moggi, con quat-tro soldi e un occhio al bilancio (costretto di stagione in stagione a cessioni importanti: Baggio, Vialli, Peruzzi, Vieri, Inzaghi, Zidane), per dodici anni riesce comunque a costruire squadre forti e vincenti.
Ma, strana coincidenza, i guai (le intercettazioni telefoniche) comin-ciano proprio nel maggio 2004, alla morte del Dottor Umberto. Im-provvisamente la Juventus non è più intoccabile. Se sgarra, paga. E finisce addirittura in B.
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In questa stagione si è toccato il fondo, non tanto per i pessimi ri-sultati (fosse quello il problema!) quanto perché si sono palesate tut-te le difficoltà di una società allo sbando, con una proprietà assente, distante e poco influente e una dirigenza che, dopo un mercato Lippi-dipendente, non ha saputo far di meglio che riesumare il povero e inutile Bettega. Ma il peggio lo si è visto quando ha cercato di rime-diare in corsa, incassando il rifiuto dei principali allenatori contattati (Hiddink su tutti) e ripiegando mestamente su Zaccheroni. Quanto al-la campagna acquisti invernale, definirla sterile è riduttivo: la squa-dra doveva rinforzarsi, possibilmente a scapito delle dirette avversa-rie, e invece Pandev (l’unico pezzo pregiato del mercato) è finito al-l’Inter mentre a Torino sono arrivati giocatori (Candreva e Paoluc-ci) per i quali non è stata vinta alcuna concorrenza. Prima ancora dei soldi, manca potere di mercato.
Oltretutto, per rifondare la Juventus, servirebbe un notevole inve-stimento economico, molto più consistente degli 80 milioni di euro in tre anni di cui si parla. Dato ormai per certo l’arrivo di Benìtez, si dice che l’allenatore spagnolo da Liverpool potrebbe portarsi un paio di buoni giocatori (si fanno i nomi di Mascherano, Torres e Kuyt). Ma davvero se il Liverpool non fosse stato in crisi, bisognoso di colmare un buco di 300 milioni di euro, la Juventus sarebbe riuscita a soffiar-gli l’allenatore e, ammesso che arrivino, un paio dei suoi migliori ele-menti? Ne dubitiamo. Dubitiamo, cioè, che l’attuale Juventus possa bussare alla porta delle grandi d’Europa (“Scusi, señor Laporta, ci da-rebbe Messi?”) senza ricevere pernacchie. Correggiamoci: non è un dubbio, è una certezza. D’altronde, come può una società costretta per far cassa a privarsi di Buffon sottrarre i Buffon altrui?
La Juventus, però, è tagliata fuori anche da operazioni di mercato che riguardano le seconde scelte. Così, deve sondare le terze o le quarte: i nomi che circolano, quindi, sono quelli di Marchetti, Kjaer, Criscito, Palombo, D’Agostino, Pepe, Pazzini (che non sarebbe affat-to male), Kuranyi. Provenienza? Cagliari, Palermo, Genoa, Sampdo-ria, Udinese, Schalke 04. Ad occhio e croce, una squadra da terzo-quarto posto. Ciò, nella migliore delle previsioni perché, mentre i giornali pubblicano queste notizie, Kuranyi fa sapere di preferire la Dinamo Mosca e i presidenti Zamparini e Preziosi di non essere per nulla disposti a cedere i loro giocatori, se non a peso d’oro. Pratica-mente, per acquistare un paio di Palombi, la Juventus dovrebbe scia-lacquarsi quanto incassato con la cessione di Buffon. Evitiamo altre considerazioni sulle possibilità di mercato juventine e stendiamo un velo pietoso.
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C’è chi è pronto a scommettere che la Vecchia Signora si rialzerà. I tifosi non fanno testo, ci riferiamo piuttosto a chi, peraltro giusta-mente, fa fatica a concepire un’élite calcistica priva della sua so-cietà più blasonata. Ma la Juventus dei successi, la Juventus dei grandi campioni (Sìvori, Zoff, Causio, Platini, Baggio, Zidane, Del Piero) era anche la Juventus della Fiat e degli Agnelli. Il tempo passa e le cose cambiano. Oggi per rimetterla in piedi occorrerebbe il peso politico dell’Avvocato e il portafoglio di Moratti.
Nel continuo work in progress societario, da pochi giorni alla presi-denza (terzo avvicendamento della stagione) si è insediato un Agnel-li, Andrea, 34enne figlio di Umberto, reclamato a gran voce dal po-polo. Come se bastasse un cognome. Tanti auguri sinceri, Andrea.



Ultim’ora Benìtez ha deciso di restare a Liverpool (o di andarsene altrove). Quindi, addio anche ai ventilati nomi di Torres, Maschera-no e Kuyt. La panchina bianconera è stata affidata al sampdoriano Delneri (60enne con un’onesta carriera alle spalle), il quale da Ge-nova vorrebbe portare Ziegler e Palombo. Unica nota positiva, così pare, il ritiro di Buffon dal mercato.
A parole “si sta costruendo una nuova Juve vincente”, nei fatti il ri-dimensionamento è già in atto.

domenica

1980-2010: Trent’anni dal Calcioscommesse

Riviviamo il più grande scandalo calcistico della nostra storia

Il 23 marzo di trenta anni fa esplode il più grande scandalo calcisti-co che la storia italiana recente ricordi. Il Calcioscommesse, cono-sciuto anche come ‘Totonero’, una realtà di scommesse clandestine e partite combinate che culmina in quella fatidica domenica in cui viene “arrestato il calcio”. Le manette scattano direttamente negli stadi. La vicenda prosegue poi tra carceri e tribunali civili e sportivi che sanciscono radiazioni, pesanti squalifiche, retrocessioni e pena-lizzazioni. Ne sono coinvolti numerosi giocatori, anche di primissimo piano, allenatori, presidenti, società. La portata dell’evento non co-nosce precedenti.

Quello del Calcioscommesse è uno dei capitoli più controversi, con-torti e oscuri del nostro calcio. Prima di riviverlo, poiché l’associa-zione mentale con la più recente Moggiopoli è pressoché istantanea, cerchiamo di chiarirne le differenze, sottili ma fondamentali. Il Cal-cioscommesse 1980, come poi vedremo, scaturisce da una serie di partite combinate, Moggiopoli 2006 da partite truccate, nell’accezio-ne più classica e generica del termine. Sebbene siano entrambe ma-novre punibili dalla giustizia sportiva, la differenza è sostanziale: le prime non alterano l’esito dei campionati, le seconde sì. Le prime fanno parte del gioco, le seconde incidono slealmente sulla classifica.
Le combine sono sempre esistite. Avvengono soprattutto durante le fasi centrali e conclusive dei campionati, cioè quando, calendario al-la mano, è possibile farsi calcoli di convenienza in virtù di una clas-sifica già delineata. Il risultato combinato è uno e unico, il pareggio. Si punta allo zero a zero, evitando così situazioni imbarazzanti (gol forzati e svarioni sospetti) e rischi di ogni sorta. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di taciti accordi: se ad entrambe le squadre la classifica suggerisce l’equa e ghiotta spartizione dei pun-ti, pari sarà. In parole povere, il pareggio deve convenire, non reca-re danno (altrimenti si parlerebbe non di combine ma di partita let-teralmente venduta all’avversario).
Le ragioni del cosiddetto biscotto sono molteplici. Innanzitutto, ab-biamo detto, l’interesse comune, ma anche un piacere che può esse-re reso in futuro, un’amicizia tra dirigenti, o tra gli stessi giocatori (talvolta anche all’insaputa delle società), oppure ancora una esplici-ta richiesta d'aiuto da parte della squadra più in difficoltà. Non c’è da scandalizzarsi, va così dacché il mondo è mondo.
Quindi, tornando ai fatti, il Totonero 1980 non va direttamente a falsare campionato e classifica finale, semmai attecchisce intorno a pratiche di per sé già diffuse e collaudate. L’obiettivo degli scom-mettitori, infatti, non è favorire una qualsiasi squadra bensì assicu-rarsi forti vincite economiche. E soprattutto quando le puntate sono molto elevate l’unico modo per limitare i rischi è tenere d’occhio le combine. Oppure invogliarle (naturalmente, se le due squadre sono già in odore di pareggio).
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Il campionato 1979-80, per una strana serie di circostanze, vede in-tensificarsi il (preesistente) giro di scommesse clandestine attorno alle (preesistenti) combine. Diciamo che i due fenomeni vanno fatal-mente ad incrociarsi. Personaggio chiave della vicenda è tale Massi-mo Cruciani, romano, commerciante di frutta all’ingrosso. Definirlo un delinquente, francamente, è esagerato. Per indole e attività lavo-rativa, nella capitale è abbastanza conosciuto: amichevole, disponibi-le, scommettitore accanito, tifoso e assiduo frequentatore del ritiro romanista di Grottaferrata, riesce ad entrare in contatto con i gio-catori facilmente, millantando amicizie e dispensando favori. Tutto sommato gli piace apparire anche più intrallazzato e intrallazzatore di quanto effettivamente non sia.
Intanto, la sua attività di fornitore di frutta e verdura gli permette di conoscere e frequentare un certo Alvaro Trinca, proprietario del ristorante La Lampara, il quale a sua volta dice a Cruciani di avere contatti con alcuni giocatori della Lazio e di essere al corrente di numerose partite combinate su cui poter scommettere con sicurezza e di altrettante che si presterebbero ad essere accomodate.
In poco tempo i due soci mettono su una fitta rete di contatti con calciatori di serie A e B. In pratica questi ultimi fungono da informa-tori per le combine in corso e, in cambio di denaro, si rendono anche disponibili ad aggiustare partite aggiustabili, non di rado scommet-tendovi su (reato in sé in quanto ai tesserati è vietato scommette-re). Ne scaturisce un giro vorticoso. Nell’ambiente calcistico ne sono consapevoli un po’ tutti (giocatori, allenatori, dirigenti, arbitri, ad-detti ai lavori): sia chi ci sguazza, sia chi effettivamente non è co-involto in quelle vicende. D’altronde, un occhio esperto ci mette poco ad accorgersi di una combine, se c’è. Basta guardare classifica delle squadre e comportamento in campo.
Difatti, già dalla seconda metà degli anni Settanta, circolano voci di scommesse clandestine legate a partite combinate. Nasce il termine Totonero, con il quale si indica piuttosto un problema sociale, cir-coscritto a certi ambienti malavitosi comunque estranei al calcio. Si parla anche di piazze calde, come Torino, Milano, Firenze e la stessa Roma. Ma il caso romano presenta un quadro decisamente diverso, in quanto contatti e collusioni con il mondo del calcio sono continui e massicci.
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Da subito, per Cruciani e Trinca si rivela un gioco a perdere: riten-gono di poter gestire la situazione a loro piacimento, invece ne di-ventano vittime. E in pochi mesi vanno ad impelagarsi in una spirale che li riduce sul lastrico. I due soci in affari puntano ingenti somme di denaro su risultati che ritengono sicuri, convinzione legittimata dalle mazzette che, di volta in volta, finiscono nelle mani dei calcia-tori di turno. Di solito (e soprattutto dopo le prime perdite) non si limitano ad una singola giocata e abbinano più incontri: la famosa scommessa multipla denominata martingala. Ma non sempre le parti-te terminano come dovrebbero. E, comunque, è sufficiente che non se ne incastri una per mandare all’aria vincita e centinaia di milioni, cosa che accade quasi sistematicamente.
Come è possibile che ciò avvenga? Come mai gli accordi non sempre vengono rispettati? Non esiste un’unica risposta perché ogni partita combinata ha una diversa storia sia alle spalle sia, per così dire, in corso d’opera. Può succedere che i giocatori, quando ormai è tardi, si rendano conto che la combine non è più possibile, che decidano di cambiare idea dopo aver consultato alcuni compagni, oppure ancora che prendano soldi per poi lasciare che la partita faccia il suo natu-rale corso. Con Cruciani e Trinca i calciatori hanno il coltello dalla parte del manico: alcuni di essi incaricano Cruciani di scommettere per loro decine di milioni, tramite semplici accordi verbali, senza poi pagare i debiti. Semmai, lo rassicurano con promesse per partite successive.
Ma gli accordi, pur volendoli rispettare, possono anche saltare in campo, se cambiano gli interessi o i risultati dagli altri campi, se su-bentrano rischi o, caso più raro, se la partita sfugge improvvisamen-te e irrimediabilmente di mano. I pericoli maggiori, nonché causa del patatrac, derivano dalla non consapevolezza, da parte di tutta la squadra, di una combine in atto (in linea di massima, cinque o sei giocatori sono sufficienti per accomodare un risultato).
In una maniera o in un’altra, le partite continuano a non incastrarsi e in pochi mesi Cruciani e Trinca solo al collasso.
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Bologna-Avellino, del 10 febbraio 1980, è la partita che fa definitiva-mente saltare il banco. L’accordo è per il pareggio. “Durante la setti-mana – racconterà Trinca a L’Espresso – prendemmo contatti con Ste-fano Pellegrini e altri giocatori dell’Avellino. Loro dissero: «Non c’è bisogno di accordi, né soldi. Pareggiare a Bologna ci sta bene». Per il Bologna ci accordammo con Petrini, Savoldi, Colomba, Dossena, Zi-netti e Paris”. Vengono giocate puntate altissime. Il primo tempo si conclude zero a zero, e tutto lascia supporre che la partita finisca in parità. Ma, a soli venti minuti dalla fine, Savoldi mette la palla in rete. A quel punto la situazione è difficilmente recuperabile, anche perché solo metà squadra del Bologna sa dell’accordo. Il risultato, infatti, non cambia più. “Questa sconfitta – dichiara a fine partita l’allenatore dell’Avellino, Rino Marchesi – ha origini che vanno al di là di quello che le squadre hanno fatto in campo”. Tuttavia, il vero problema non sono le frasi rilasciate a caldo (e poi corrette-rettifi-cate-smentite in settimana) dai protagonisti, quanto le pericolose ri-percussioni sul giro di scommesse clandestine. “La partita – aggiun-ge Trinca – non rispettò le promesse e noi perdemmo tutti i soldi. A quel punto eravamo completamente rovinati. Avevamo un debito con gli allibratori clandestini di ben 950 milioni. Soldi che, in gran parte, ci erano stati truffati dai calciatori. Non ci restava che una sola cosa da fare: l’esposto alla magistratura”.
Sabato 1 marzo 1980, Cruciani presenta un esposto alla Procura della Repubblica di Roma, proclamandosi vittima di una clamorosa truffa.

XXXXIll.mo Signor Procuratore, io sottoscritto Cruciani Massimo, nato a Roma, il 15.8.1948 sottopongo alla cortese attenzione della S.V. il seguente esposto. I fatti sottoelencati sono estremamente scarni, vista l’estrema complessità della vicenda; per cui, nel pormi a completa disposizione, fornirò in prosieguo tutti i dettagli che la S.V. riterrà utili ai fini dell’indagine.
Verso la metà del 1979, frequentando il ristorante "La Lampara", di proprietà del sig. Alvaro Trinca, che rifornivo di frutta possedendo un magazzino all’ingrosso, ebbi modo di conoscere alcuni giocatori di calcio, fra i quali, in particolare, Bruno Giordano, Giuseppe Wilson, Lionello Manfredonia, Massimo Cacciatori. Interven-nero gradualmente, con costoro, dei rapporti di amicizia, alimentati dal mio interesse per il calcio e per le scommesse clandestine. I quattro giocatori, in proposito, mi dissero chiaramente che era possibile “truccare” i risultati delle partite, ovviamente scommettendo sul sicuro. Mi precisarono, a titolo di esempio, che era scontato il risultato della partita (amichevole) Palermo-Lazio, giocata, mi pare, nel mese di ottobre 1979, attraverso l’intervento di Guido Magherini, giocatore del Palermo.
Accettai l’idea e decisi di intraprendere una serie di attività di gioco con i suddetti giocatori ed altri che, di volta in volta, come mi si disse, si sarebbero dichiarati disponibili. Iniziò così, per me, una vera odissea che mi ha praticamen-te ridotto sul lastrico ed esposto ad una serie di intimidazioni e minacce.
Come ho già detto, l’intera vicenda è costellata di tali e tanti episodi dettagliati che, in questa sede, mi limiterò ad illustrarne alcuni.
Ad esempio, successivamente alla partita Palermo-Lazio accennata, presi con-tatti con il Magherini per combinare il risultato della partita Taranto-Palermo prevista per il 9.12.1979. In proposito, il Magherini organizzò il pareggio delle due squadre a patto che io giocassi sul risultato, nel suo interesse, L. 10 milioni e altri L. 10 milioni consegnassi a Renzo Rossi e Giovanni Quadri del Taranto. Contrariamente ai patti, vinse il Palermo. Il Magherini, a quel punto, avrebbe dovuto rifondermi i L. 10 milioni giocati per lui e i L. 10 milioni consegnati ai giocatori del Taranto, ma si rifiutò. Inoltre, in seguito al mancato rispetto degli accordi, ho perduto, insieme ad altri scommettitori che meglio preciserò in seguito, L. 160 milioni presso svariati allibratori clandestini.
A seguito delle mie rimostranze, il Magherini mi promise il risultato certo della partita Lanerossi Vicenza-Lecce. Nella stessa occasione, egli combinò, d’ac-cordo con i citati giocatori della Lazio, il risultato della partita Milan-Lazio (entrambe le partite ebbero luogo il 6.1.1980). Per quanto riguarda la partita Lanerossi Vicenza-Lecce, il Magherini mi mise in contatto con Claudio Merlo, giocatore del Lecce, il quale ricevette da me un assegno di L. 30 milioni assicurando la sconfitta della sua squadra. Per quanto riguarda l’altra partita Milan-Lazio, i giocatori Giordano, Wilson, Manfredonia e Cacciatori si accorda-rono con Enrico Albertosi del Milan affinché vincesse appunto il Milan. Per quest’ultima partita consegnai tre assegni da L. 15 milioni e due da L. 10 milioni a Giordano, Wilson, Manfredonia, Viola e Garlaschelli, affidandoli materialmente a Manfredonia. Ulteriore assegno da L. 15 milioni consegnai a Massimo Cacciatori (Lazio) il quale provvide ad incassarlo intestandolo a certo signor Orazio Scala. Il Milan, da parte sua, contribuì alla combine con l’invio di L. 20 milioni liquidi che mi portò a Roma, nel mio magazzino di via (omissis) il giocatore di tale squadra Giorgio Morini, due giorni dopo il rispettato esito dell’incontro. In conseguenza dei citati accordi ed in cambio del loro contributo, Wilson, Manfredonia, Giordano e Cacciatori mi chiesero di puntare per loro L. 20 milioni sulla sconfitta della Lazio. La vincita di L. 80 milioni, d’accordo con i quattro, anziché con-segnarglieli, avrei dovuto usarli per pagare i giocatori dell’Avellino (Cesare Cat-taneo, Salvatore Di Somma e Stefano Pellegrini) i quali avrebbero dovuto perdere contro la Lazio la settimana successiva.
Io ed altri scommettitori, in base agli accordi di cui sopra, abbiamo scommesso per l’accoppiata costituita dai due risultati concordati circa L. 200 milioni: somma perduta per il mancato rispetto dell’impegno assunto dalla squadra leccese la quale ha pareggiato per 1-1.
Tutto quanto sopra costituisce solo un esempio di come si svolgessero i moltissimi episodi di cui è costellata questa storia.
Desidero peraltro precisare che le squadre coinvolte in questa storia sono anche l’Avellino, il Genoa, il Bologna, la Juventus, il Perugia, il Napoli. Ciò nel senso che alcuni dei loro giocatori come Petrini, Savoldi, Colomba, Dossena, Zinetti, Paris (tutti del Bologna), Damiani e Agostinelli (del Napoli), Rossi, Della Martira e Casarsa (del Perugia), Girardi (del Genoa) ed altri hanno partecipato ad incontri truccati percependo denaro o richiedendo, in cambio dei loro favori, forti puntate nel loro interesse.
Ho invece rimesso, insieme ad altri scommettitori, centinaia e centinaia di milioni per scommesse perdute in seguito al mancato rispetto di precisi e retribuiti accordi da parte dei giocatori. Preciso ancora che molti allibratori clandestini i quali a seguito delle recenti notizie giornalistiche hanno capito di avermi talora pagato vincite in ordine a risultati precostituiti hanno preteso, con gravi minacce, la restituzione di circa L. 300 milioni (da me e da altri scommettitori). Sono ormai completamente rovinato, eppure vivo ancora nel terrore di minacce e rappresaglie.
Nel confermarmi a completa disposizione della S.V. Ill.ma, e riservandomi di presentare la documentazione in mio possesso, precisare nomi di testimoni e tutte quelle circostanze che la S.V. riterrà utili, porgo deferenti ossequi.

XXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXRoma, 1 marzo 1980

La notizia dell’esposto di Cruciani arriva solo il giorno dopo, nel tar-do pomeriggio di domenica 2 marzo. Con dovizia di particolari sono riportati nomi, società, partite, date ed una lunga concatenazione di avvenimenti. Ma l’impressione generale è che sia solo la punta di un iceberg e che presto possa saltar fuori molto altro ancora.
Se ne parla subito in serata alla Domenica Sportiva. Caso vuole che in studio ci sia proprio Enrico Albertosi: “Tutte frottole, non è vero niente, tutto inventato”. Ma termini e portata della denuncia non lasciano scampo. Per quale motivo un fruttivendolo avrebbe dovuto inventarsi tutto andando sicuramente incontro ad una serie di de-nunce per diffamazione? Il lunedì i giornali escono con titoloni a nove colonne. In Italia non si parla d’altro. La FIGC si vede “costretta” ad aprire un’inchiesta federale.
Mentre il campionato prosegue in un clima surreale, tra la preoc-cupazione dei calciatori (consapevoli che il peggio debba ancora ar-rivare) e lo sgomento del pubblico, Giustizia Ordinaria e Giustizia Sportiva si mettono al lavoro, con Cruciani e Trinca che cominciano a rispondere alle domande dei magistrati di Roma.
Domenica 16 marzo i giornali scrivono di una prima serie di comu-nicazioni giudiziarie che sarebbero state notificate, tra gli altri, an-che ai presidenti e allenatori di Juventus (Boniperti e Trapattoni) e Bologna (Fabbretti e Perani) per la presunta combine di Bologna-Juventus, partita del 13 gennaio 1980 terminata 1-1 (gol di Causio e pareggio, 14 minuti dopo, grazie ad un’autorete di Brio). “Per Bo-logna-Juve – si legge sempre nel memoriale di Trinca – Cruciani mi aveva riferito che il risultato era stato già pattuito dal presidente della Juventus, Boniperti, e da quello del Bologna, Fabbretti. Era una partita talmente sicura che a Cruciani telefonarono Carlo Petrini e Giuseppe Savoldi del Bologna chiedendogli di puntare a loro nome e di altri compagni 50 milioni sul pareggio. E facemmo altre puntate a nomi di altri giocatori di cui, per ora, non faccio il nome”.
Si arriva così al 23 marzo 1980, la domenica in cui viene “arrestato il calcio”.
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Sono appena terminate le partite e, a bordo campo, le camionette di Polizia e Guardia di Finanza sono già schierate. Per 14 calciatori è disposto l’ordine di cattura, per altri 23 l’ordine di comparizione. L’accusa, per tutti, è di Truffa continua e aggravata. Con un’opera-zione, a detta di molti, sin troppo spettacolare, i giocatori vengono prelevati direttamente dagli spogliatoi e portati via in manette, con le Alfette dei carabinieri che partono a tutta velocità e sirene spie-gate. Gli arresti si susseguono tra lo sgomento generale, da uno stadio all’altro, da una città all’altra. La notizia, in contemporanea, fa il giro del Paese, lasciando chiunque allibito di fronte ad un epi-logo davvero inimmaginabile.
A Tutto il calcio minuto per minuto gli interventi si accavallano fre-neticamente. “Vi chiedo scusa per il fiatone – dice Ferretti, in col-legamento dall’Olimpico – ma le porte degli spogliatoi sono ancora chiuse. Nessuno può entrare. Sembrerebbe che siano stati eseguiti degli ordini di cattura riguardanti due giocatori del Perugia, Della Martira e Casarsa”. Pochi istanti dopo è la volta di Ciotti, da San Siro: “Sono riuscito ad entrare negli spogliatoi e posso riferire dati di fatto. Il presidente del Milan, Colombo, e i giocatori Albertosi e Morini sono stati, …ecco, non voglio usare altre parole, …diciamo sono stati invitati a seguire alcuni militi della Guardia di Finanza”. Da Pescara arriva la notizia degli arresti dei laziali Wilson, Giordano, Manfredonia e Cacciatori. “Qui ad Avellino – interviene Foglianese – sembra sia stato arrestato il giocatore irpino Pellegrini”. Altri arresti si registrano anche sui campi di B: Magherini (Palermo), Girardi (Genoa), Merlo (Lecce). In più, c’è una lunga lista di ordini di com-parizione a carico di giocatori di Bologna, Lazio, Avellino, Napoli, Perugia, Palermo e Taranto. Tra questi anche nomi di primissimo li-vello, come Savoldi, Dossena, Damiani, Cordova e il centravanti ti-tolare della Nazionale italiana, Paolo Rossi.
In serata i divi del pallone arrivano a Roma, nel carcere di Regina Coeli. Ad attenderli, stampa, telecamere ed una enorme folla di curiosi. Molti tifosi delusi li accolgono al grido “Venduti!”. Alcuni giocatori chiedono e ottengono di non essere ammanettati, altri si coprono il viso, altri piangono. “Prima ancora di essere dichiarati colpevoli da qualunque autorità – ricorda Carlo Petrini nella sua au-tobiografia – eravamo considerati dei traditori della Patria, dei per-sonaggi più schifosi degli assassini”.
Crollano i miti. Crolla la credibilità del sistema. L’intero calcio italia-no è in ginocchio.
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Per l’immagine del Paese è un duro colpo, specialmente in vista del Campionato Europeo in programma, a giugno, proprio in Italia. Per la Nazionale sarebbe stata una grande occasione ma ora il clima affossa ogni entusiasmo. Oltretutto il cittì Bearzot deve anche ri-nunciare ad una pedina fondamentale quale Rossi.
Intanto il campionato va avanti, nonostante l’interesse principale sia rivolto agli sviluppi del Calcioscommesse. Due le inchieste in corso: quella della Magistratura penale (i cui tempi sono generalmente mol-to lunghi) e quella della più veloce Magistratura sportiva il cui pro-cesso comincia il 14 giugno, a Milano, nella sede della Commissione disciplinare. Ad una ad una vengono esaminate tutte le partite in-criminate. Sono giorni di interrogatori e confronti diretti con Cru-ciani e Trinca. Le parole dei due grandi accusatori sono supportate da fatti e prove (nomi, date, telefonate, assegni) che in aula pesano come macigni sulla sorte dei giocatori, assistiti da fior di avvocati impegnati in vani e inutili tentativi di difesa. Tra accuse e ritrat-tazioni, smentite e pressioni di ogni sorta, si arriva alle sentenze finali: a giugno quella della Commissione disciplinare e, 40 giorni dopo, quella definitiva e inappellabile della CAF (secondo grado d’ap-pello). Citiamo il verdetto di quest’ultima.

- Milan e Lazio: retrocessione d’ufficio in serie B.
- Avellino, Bologna, Perugia, Palermo e Taranto: penalizzazione di 5 punti, da scontare nei successivi e rispettivi campionati di serie A e serie B.
- Radiazione per il presidente del Milan, Colombo.
- Un anno di inibizione per il presidente del Bologna, Fabbretti.
- Sei anni di squalifica a Pellegrini (Avellino);
- Cinque anni di squalifica a Cacciatori (Lazio) e Della Martira (Perugia);
- Quattro anni di squalifica ad Albertosi (Milan);
- Tre anni e sei mesi di squalifica a Giordano (Lazio), Manfredonia (Lazio), Savoldi (Bologna), Petrini (Bologna) e Magherini (Palermo);
- Tre anni di squalifica a Wilson (Lazio), Zecchini (Perugia) e Massimelli (Taranto);
- Due anni di squalifica a Rossi (Perugia);
- Un anno e due mesi di squalifica a Cordova (Avellino);
- Un anno di squalifica a Morini (Milan) e Merlo (Lecce);
- Sei mesi di squalifica a Chiodi (Milan);
- Cinque mesi di squalifica a Negrisolo (Pescara);
- Quattro mesi di squalifica a Montesi (Lazio);
- Tre mesi di squalifica a Colomba (Bologna) e Damiani (Napoli).

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Indubbiamente i calciatori caduti nella rete sono molti, compreso no-mi di spicco, e questo è un dato oggettivo. Tuttavia non è facile da-re alla sentenza un’interpretazione univoca: si può dire tutto e il con-trario di tutto.
La 'storia ufficiale' parla di giudici dalla mano pesante e condanne esemplari, fortemente penalizzanti, che non hanno risparmiato gio-catori di primo piano (anche nazionali) e società prestigiose (Milan e Lazio su tutte).
Eppure non sono in pochi a sostenere la tesi di un processo-farsa che ha colpito solo i più vulnerabili. E il caso Juventus, uscita immacola-ta da tutta questa vicenda, rafforzerebbe la teoria secondo la quale sarebbero stati usati due pesi e due misure.
Sulla piena assoluzione della Juventus (scagionata per insufficienza di prove), la Gazzetta dello Sport scrive: “La gente oggi si chiede come mai i superaccusatori Cruciani e Trinca vengano creduti come l’oracolo per certi episodi e invece disattesi come bugiardoni paten-tati per altri. Si vorrebbe capire perché Cruciani sia credibile quando parla di Paolo Rossi mentre credibile non lo è più quando afferma di aver sentito dire da Petrini che la partita Bologna-Juventus era stata combinata per il pareggio”.
Prendiamo il caso di Paolo Rossi, che subisce una condanna molto pesante (due anni di squalifica). Diventa il simbolo del Calcioscom-messe, il capro espiatorio. Con lui si intende dimostrare di voler usare il pugno duro e non fare sconti a nessuno. Certo, viene colpito il centravanti titolare della Nazionale italiana, ma è anche vero che il centravanti titolare della Nazionale italiana gioca nel Perugia e il Perugia, si sa, non ha molti santi in Paradiso.
Osservazione analoga per la condanna subita dal Milan (retroces-sione d’ufficio). Indubbiamente per il Milan, mai retrocesso sul cam-po, l’onta della serie B è una mazzata non da poco. Ma, altrettanto indubbiamente, si tratta di una società fragile, reduce da anni di dissesti e che, per padroni, non ha più i Rizzoli o i Carraro.
Quanto alle squalifiche che colpiscono duramente grandi nomi ed ex nazionali, occorre aggiungere una considerazione. Eccetto il perugi-no Rossi e i laziali Giordano e Manfredonia, la mano pesante del giudice si abbatte su giocatori già ultratrentenni – Beppe Savoldi (33 anni), Pino Wilson (35), Giorgio Morini (33), Ciccio Cordova (36) – con carriere ormai agli sgoccioli e valore di mercato quasi nullo. Chiude così, a quarant’anni suonati, anche Enrico Albertosi, uno dei più grandi portieri italiani.
In definitiva, la vicenda del Calcioscommesse si conclude come è cominciata: fra luci, ombre, incognite e misteri che il tempo non ha aiutato a risolvere. Ad archiviarla definitivamente ci pensa la Giusti-zia Ordinaria che a fine anno, nel dicembre del 1980, emette il suo verdetto: tutti assolti, “il fatto non sussiste”.




Approfondimento
Il caso: Paolo Rossi
La parabola di Pablito, simbolo del Calcioscommesse 1980
Dalle buste di Vicenza ai tribunali sino alla notte di Madrid

Nella primavera del 1980, quando scoppia lo scandalo del Calcio-scommesse, Paolo Rossi è tra i più popolari calciatori italiani, merito anche dell’ottimo Mondiale disputato due anni prima in Argentina e di un viso pulito che ispira simpatia. Della Nazionale di Enzo Bearzot è ormai titolare inamovibile. In Italia, invece, casi del destino lo ve-dono ancora in provincia. I suoi anni migliori coincidono con il perio-do magico del Lanerossi Vicenza di Giussy Farina, il presidente con-tadino sotto la cui gestione la squadra veneta, nel 1977-78, rag-giunge uno storico secondo posto. Al termine di quella stagione Ros-si sembra destinato alla Juventus, comproprietaria del cartellino, ma Farina riesce a trattenerlo offrendo una cifra da capogiro. “Dimmi cosa vuoi”, gli aveva chiesto Boniperti prima di arrivare alle bu-ste. “Voglio tenerlo”, la sua ferma risposta. Così, Juventus e Vicen-za arrivano inevitabilmente alle buste. Boniperti, per riscattare la metà del cartellino, inserisce un’offerta di L. 1.750.000.000. Fari-na, pur di non perdere il suo pupillo, oltre 5 miliardi di lire (“Ma sei matto?!”, si sente dire dall’esterrefatto collega juventino). Si ritiene che la Juventus abbia dovuto contenersi per via del difficile momen-to della Fiat, con molti operai in cassa integrazione. Invece, il presi-dente vicentino viene subito tacciato di sperperi immorali (gli si fa notare che la cifra offerta è più di quanto il Paul Getty Museum di Malibù abbia speso complessivamente per comprare un Van Gogh, un Renoir, un Cézanne e un Matisse). Giussy Farina, per trattenere Ros-si, aveva osato sfidare la Juventus. Si dice che l’anno dopo il Vicen-za abbia pagato quello sgarro con la retrocessione in serie B. Alme-no, così si dice. Fatto sta che, dopo l’esaltante secondo posto del 1977-78, il Lanerossi Vicenza non si ripete e, addirittura, finisce per retrocedere. Il presidente generoso ha sballato, per troppo entusia-smo, per troppa audacia.
A quel punto è costretto a darlo in prestito. I grandi club optano per un patto di non belligeranza, sicché a spuntarla è l’ambizioso Peru-gia di D’Attoma. Rossi accetta volentieri la nuova destinazione: at-mosfera e dimensioni della città umbra gli ricordano Vicenza, ol-tretutto sa che la provincia non gli preclude le porte della Nazionale. Bearzot, discepolo di Rocco, conosce bene importanza e valore del gruppo: ne ha creato uno solido e, dal Mondiale in Argentina, lo por-ta testardamente avanti. E Rossi ne fa parte. Comincia così la sta-gione 1979-80, quella dell’Europeo.
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Se la notizia del Calcioscommesse stupisce i più, quella del coinvol-gimento di Paolo Rossi è stupore nello stupore. Il suo, senza dubbio, è il nome più rilevante tra quelli invischiati. È un contraccolpo per l’intero movimento calcistico italiano, con evidenti conseguenze sul-la Nazionale (privata del suo centravanti titolare), sull’immagine del Paese e sulla stessa reputazione di un giocatore sino a quel momen-to amatissimo.
Lui si dichiara totalmente estraneo ai fatti, raccontando centinaia di volte la stessa versione: “La sera prima di Avellino-Perugia (del 30 dicembre 1979, ndr) la trascorriamo in albergo a Vietri sul Mare. Fuo-ri piove e fa freddo. L’allenatore, Castagner, e il direttore sportivo, Ramaccioni, si sono fermati a casa di un noto industriale caseario del posto, a caccia di mozzarelle. Dopo cena, stiamo giocando la so-lita partita a tombola, tanto per ammazzare il tempo. Ad un certo punto mi si avvicina il mio compagno Mauro Della Martira: «Paolo, puoi venire un attimo? Ci sono due amici che vogliono conoscerti». Non sono capace di dire di no. Controvoglia, affido le mie cartelle a Ceccarini e mi alzo. Nella hall trovo due tipi che non avevo mai visto e stringo loro la mano: «Piacere». Non capisco cosa vogliano da me. Improvvisamente, Della Martira dice: «Questo è un mio amico che gioca alle scommesse». E l’amico dell’amico, in spiccato accento ro-manesco: «Paolo, che fate domenica?». «Beh, cercheremo di vince-re», rispondo genericamente. «E se invece pareggiate?». Non capi-sco dove voglia andare a parare. Sono imbarazzato anche se non lo do a vedere. Non vedo l’ora di liberarmi dall’impiccio e rispondo: «Il pareggio non è un risultato da buttare, l’Avellino ha un punto in me-no di noi…». «Sai, abbiamo un amico, dall’altra parte, che dice che un pareggio andrebbe più che bene». «…Magari, fai anche due gol», aggiunge l’altro. La discussione non mi piace per niente. Voglio tor-nare alla mia tombola. Quelle facce non mi ispirano fiducia. Taglio corto: «Mauro, mi aspettano, fai tu…», giusto per non fargli fare brutta figura. Torno al mio posto e riprendo a giocare. Il tutto è du-rato appena due minuti”.
Il giorno dopo Avellino-Perugia termina in pareggio, 2-2, con due reti di Rossi.
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Quando scoppia lo scandalo, il Paese si spacca in due: chi è sicuro della sua innocenza e chi lo ritiene colpevole al pari degli altri. Chi ha ragione? Credere o meno alla sua versione è come un personale atto di fede. Giorgio Lago, stimato giornalista veneto nonché rosso-logo ufficiale (a lui si deve l’invenzione del nomignolo Pablito), gli chiede a quattr’occhi: “Paolo, dimmi la verità, sei colpevole o inno-cente?”. La risposta di Rossi diventa la sua risposta: “Credimi, Gior-gio, sono innocente, non c’entro nulla con questa storia”.
Ma la Magistratura sportiva non crede alla “versione della tombola” e gli infligge tre anni di squalifica, poi ridotti a due dalla CAF. Il verdetto è “Squalifica sino al 29.04.1982”.
Due anni. Due lunghissimi anni. Non concludono la carriera, vista l’ancora giovane età, ma indubbiamente la compromettono. Dopo l’Europeo, sembra essere praticamente perso anche il Mondiale di Spagna: se in linea teorica i tempi ne consentono la partecipazione, in pratica, è assai improbabile riguadagnare la Nazionale poche set-timane dopo il rientro. Così come è difficile ipotizzare di poter arri-vare all’appuntamento in una condizione fisica accettabile.
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Con l’inizio del nuovo campionato per Rossi comincia anche il lungo periodo di inattività agonistica. Torna al Vicenza (proprietaria del suo cartellino) e si allena con la squadra tristemente sprofondata in serie B: qualche esercizio con gli ex compagni, la classica partitella infrasettimanale con le riserve, ma poi, la domenica, a casa o in tri-buna.
A fine marzo, a margine di una trattativa silenziosa e discreta, Bo-niperti annuncia: “Da oggi la Juve è ancora più forte”. Per una cifra ragionevole, Paolo Rossi diventa un giocatore della Juventus, dove sconterà l’ultimo anno di squalifica.
Ma, a Torino, non cambia granché. Anzi, mentre i suoi compagni si apprestano a vincere il ventesimo scudetto e il romanista Pruzzo il titolo di capocannoniere del campionato, Rossi continua a vivere nel-l’ombra. Per lui, solo allenamenti e partitelle in famiglia. Nessuna gara ufficiale. Non può disputare nemmeno amichevoli, o qualsiasi incontro con arbitri federali.
Un giorno come tanti, Rossi si sta allenando su un campo seconda-rio, con riserve e ragazzi della Primavera. All’improvviso, da lonta-no, una voce familiare: “Muoviti, fannullone, che hai un sedere ton-do come quello di una fattrice normanna!”. È la voce di Enzo Bear-zot: lo sta osservando, quasi di nascosto, appoggiato alla recinzio-ne. Lo aspetta.
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A maggio, arrivano le convocazioni per il Mondiale di Spagna: Rossi fa parte dei ventidue. Pruzzo, capocannoniere del campionato non-ché attaccante italiano più in forma, resta a casa. La scelta fa subi-to discutere e cominciano a piovere le prime critiche. Oltretutto, co-me quarta punta, Bearzot convoca Selvaggi, onesto centravanti del Cagliari. Si narra di una telefonata tra i due: “Pur di venire al Mon-diale, porterei anche le valigie”. “Non occorre, basta che lasci a ca-sa le scarpette”. A buon intenditor, poche parole.
Il disegno è chiaro: tutelare Rossi. Il commissario tecnico sa bene che le sue condizioni sono precarie, che ha bisogno di giocare per ri-trovare la forma e che con il fiato di Pruzzo sul collo ciò non sarebbe possibile. In altri termini, crea i presupposti per puntare su di lui ad oltranza. Lo protegge, addossandosi ogni responsabilità.
Le critiche, infatti, non si fanno attendere e diventano sempre più dure, soprattutto dopo il deludente pareggio con la Svizzera, nell’ulti-ma amichevole pre-Mondiale.
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La Nazionale arriva in Spagna, ma polemiche e attacchi non accen-nano a diminuire. Anzi, a farli definitivamente esplodere è un’opa-ca prestazione durante un test d’allenamento contro i modesti porto-ghesi dello Sporting Braga. Manca anche l’appoggio dei vertici fede-rali, con Sordillo (FIGC) e Matarrese (Lega) che prendono le distanze da allenatore e squadra, vale a dire dall’Armata Brancazot, come vie-ne poco simpaticamente definita (“Sordillo è un signore – dice Ma-tarrese – perché se fossi sceso io negli spogliatoi li avrei presi tutti a calci nel sedere!”).
A pochi giorni all’esordio, il ritiro di Pontevedra diventa un fortino. Bearzot fa da scudo alle critiche, sempre più pesanti. Alcune rasen-tano anche le offese personali: “Non bisogna essere dei geni per ca-pire che un giocatore fermo da due anni non è proponibile in un Mon-diale”, “Basta guardarlo in faccia (Bearzot), con quei tic da orango, è un incompetente”, si legge più o meno ovunque. Addirittura, si ar-riva a scrivere anche che Rossi e Cabrini hanno una relazione omo-sessuale. La stampa comincia il gioco al massacro.
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In questo clima, il 14 giugno, a Vigo, l’Italia scende in campo con la Polonia: zero a zero. Rossi è autore di una prova incolore, per molti giornali al di sotto della sufficienza: “Non sta in piedi, incespica tra le margherite e fa fatica a rialzarsi”.
Il rapporto con la stampa peggiora di giorno in giorno. La frattura totale avverrà di lì a poco.
Per la partita con il Perù, Bearzot conferma la stessa formazione del-l’esordio, Rossi incluso: “Si ostina a schierarlo”, “Mandarlo in cam-po è una bestemmia”, si scrive e si dice. Contro i peruviani, gioca male, è quasi irriconoscibile (“È un cadavere”, “Fa piangere”, “È pe-noso”, i commenti più gettonati). Gianni Brera lo definisce “ectopla-sma di se medesimo”. Dopo quarantacinque minuti, Bearzot non può fare altro che sostituirlo. Ma, negli spogliatoi, tra il primo e il se-condo tempo, ha luogo l’ennesimo e indimenticabile atto di fede. Lo racconta lo stesso Rossi: “Pensavo di essermi giocato la mia ultima possibilità. Nel momento in cui i miei compagni stanno per rientrare in campo, sono mogio sulla panca, con una scarpa sì e una no. Ma, richiudendo la porta dello stanzone, Bearzot mi guarda dritto negli occhi e poi dice: «Prepàrati per la prossima partita»”. Il resto è sto-ria.



venerdì

Nella Firenze di fine anni Ottanta


“La Fiorentina era il mio grande amore.
Quando arrivai a Firenze ero un campione virtuale.
Avevo diciotto anni, un curriculum da fenomeno
e un ginocchio da storpio. Ero messo male.
Firenze, al contrario di certi medici,
non smise mai di dirmi che ce l’avrei fatta.
Firenze, nel momento del bisogno, c’era. Sempre.
A Firenze toccai il cielo.
Dicevo: «Resterò a Firenze, lo scriverò sui muri».
Nulla era più lontano da me dall’idea di andarmene.
Eppure me ne dovetti andare. Perché qualcuno lo volle.
Un qualcuno così potente che neppure io potevo contrastare.
Ci provai, ma ero solo un ragazzo.
Avevano già deciso tutto.
Mi sentivo come un innamorato a cui viene tolta la donna amata.
Da allora mi sono sempre portato dietro una malinconia sportiva.
In ogni città cercavo la bellezza di Firenze.
Ma non potevo ritrovare la mia Firenze”.

(Roberto Baggio)


martedì

Febbre a stelle e strisce

Calcio del futuro: si parla tanto di Paesi africani ma attenti agli Usa
Per strutture, popolazione e potenzialità sono loro quelli da temere


È opinione diffusa che il calcio del futuro avrà per protagonista l’Afri-ca e che non tarderà il giorno (di un futuro non meglio precisato) in cui una squadra africana vincerà la Coppa del Mondo.
Con meno enfasi diremmo che Camerun prima (1982 e 1990) e Ni-geria poi (1994 e 1998) hanno dato un forte impulso alla crescita del-l’intero movimento calcistico continentale, i cui margini di migliora-mento sono tanto ampi quanto, purtroppo, frenati da evidenti ca-renze strutturali, organizzative ed economiche. La stessa designazio-ne di Sudafrica 2010 è da intendersi più come premio e ulteriore in-centivo al progresso (oltre alla promessa di Blatter di portare il Mon-diale in Africa, ricambiando così i voti ricevuti) che un riconoscimen-to alle capacità del Paese di ospitare un evento di tale portata.
Parlando di calcio giocato, dieci-quindici anni fa si dava per plausibi-le una affermazione africana al Mondiale 2006 o 2010. Oggi ai prono-stici si preferisce non legare più una data, però si continua a ripete-re come una filastrocca che “il calcio del futuro parlerà africano”. Al contrario, secondo noi, il calcio africano ha toccato il picco più alto negli anni Novanta, senza poi sapersi né confermare né evolvere. In particolare la Nigeria, fiore all’occhiello di quel decennio (una buona squadra ma non il nonplusultra), in seguito si è persa per strada fal-lendo la qualificazione al Mondiale 2006 e acciuffando per il rotto del-la cuffia quella al 2010. Discontinuo anche il Camerun, che ha man-cato il 2006 e oggi appare meno forte di qualche anno fa. Di questi tempi la migliore africana sembra essere la Costa d’Avorio ma inse-rirla tra le pretendenti al prossimo mondiale è alquanto esagerato. In generale, il continente africano presenta giocatori di altissimo livello (Drogba ed Eto’o su tutti) ma Nazionali non all’altezza dei singoli. Per queste e altre ragioni, in tutta onestà, non ci sentiamo di soste-nere che “il calcio del futuro parlerà africano”, soprattutto se per fu-turo si intende quello più prossimo.
Invece, dovendoci sbilanciare in previsioni, preferiamo asserire che il calcio del futuro potrebbe essere quello statunitense. O meglio, ri-teniamo che gli Stati Uniti abbiano i requisiti per affiancare le attua-li potenze calcistiche mondiali. Ciò non avverrà oggi o domani (do-vrà passare almeno un ventennio), ma se c’è una nazione che può permettersi di sconquassare gerarchie secolari quella nazione sono gli Stati Uniti.
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Per competere ai massimi livelli del calcio mondiale occorrono alme-no tre componenti, tutte indispensabili: tradizione (passato, espe-rienza), strutture (scuole calcio, settore giovanile, campi di gioco) e benessere (o, meglio ancora, potere politico-economico medio-alto). A questi tre aspetti ne aggiungiamo un altro, quasi sempre omesso, quello demografico. Sarà un caso che le nazioni calcisticamente più titolate – Brasile (191 milioni di abitanti), Germania (82), Italia (60), Francia (65), Inghilterra e Spagna (50), Argentina (40) – sono anche le più popolose? Se ne deduce che, a parità di condizioni, un maggior numero di abitanti garantisce più talenti e continuità. E gli Stati Uni-ti, che notoriamente si disinteressano al calcio, contano 303 milioni di abitanti.
Veniamo, appunto, alla nota dolente. Quel che manca agli States è una vera e propria cultura calcistica: gli sport nazionali sono altri (ba-sket, baseball, football americano, hockey su ghiaccio), tutti pratica-ti ai massimi livelli, mentre l’attenzione riservata al soccer, come lo chiamano loro, è storicamente scarsa o nulla. Però, se è vero che co-stumi e tradizioni non si comprano al mercato, è anche vero che gli americani hanno una fortissima predisposizione per lo sport in ge-nere, e le loro enormi potenzialità dovrebbero far riflettere: di ba-sket, baseball, football e hockey vantano i migliori campionati, le mi-gliori squadre, i migliori giocatori, le migliori infrastrutture, oltre ad un pubblico ricettivo, un apparato mediatico di prim’ordine ed uno show-business più che collaudato. E il modello americano fa scuola, influenzando gli altri sport più di quanto immaginiamo. Molte stra-nezze di cui l’Europa calcistica ha sorriso per anni (pensiamo ai nomi sulle maglie, ai play-off) sono state poi introdotte nei più blasonati campionati europei.
Gli Stati Uniti danno l’impressione di voler rinunciare al calcio. Tra-dizione a parte, le componenti per competere ai massimi livelli già ci sarebbero, o basterebbe schioccare le dita per far sì che non man-chino.
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Adesso è estremamente importante fare alcuni passi indietro e spen-dere qualche parola sulla NASL (North American Soccer League), l’in-tenso, discusso e controverso fenomeno calcistico nordamericano di circa trent’anni fa, prima lanciato come una enorme next big thing e poi imploso nel nulla.
Sino alla fine degli anni Sessanta gli Stati Uniti non possiedono né un campionato professionistico né una federazione calcistica di riferi-mento. Il soccer, sport per ispanici e minoranze da incomprensibili gusti filo-europei, è poco praticato anche a livello amatoriale. Tutta-via, sotto la spinta del Mondiale vinto nel 1966 dall’Inghilterra, e soprattutto quella dell’allora Segretario di Stato americano Henry Kissinger (noto appassionato di calcio), nasce la NASL, prima storica Lega professionistica di Usa e Canada. Gli inizi sono difficili – si tratta di coinvolgere un pubblico che ignora anche le regole di gioco più basilari – ma investimenti ingenti e massicce campagne promo-zionali portano ad una rapida crescita di interesse: nascono nuovi club in quasi tutte le principali città e le affiliazioni aumentano di anno in anno, mentre anche gli spalti cominciano a gremirsi.
La NASL raggiunge il suo periodo d’oro nella seconda metà degli anni Settanta quando, a suon di dollari, arrivano gli ultratrentenni Pelè, Cruijff, Beckenbauer, Best, Gerd Müller, Bobby Moore, Eusebio, Chi-naglia, Carlos Alberto, Krol, Neeskens, Bettega e moltissimi altri big. Praticamente il gotha del calcio di qualche anno prima.
Nasce anche il mito dei New York Cosmos, la squadra stellare della Warner Communications (colosso discografico, cinematografico e televisivo), che con Pelè, Beckenbauer e Chinaglia vince cinque titoli NASL, tra vorticosi jet-set di calcio, cinema e musica. Il fenomeno Cosmos si espande a dismisura: la squadra riesce addirittura ad accasarsi al Giants Stadium, tempio del football americano, e il suo marchio è esportato nel mondo (ancora oggi, nonostante il club non esista più, si continuano a vendere magliette vintage con il celebre logo dei Cosmos).
Sono anche anni di inconcepibili ‘americanate’: campionati con play-off (importati dal basket), tabellone con il countdown dei novanta mi-nuti, partite indoor e su campi sintetici (e spettatori che applaudono una banalissima rimessa dal fondo scambiandola per una grande gio-cata!). Eppure in quegli anni i riflettori della purista, conservatrice e calciofila Europa sono puntali lì.
Dopo il boom, il declino che, nel giro di pochissimi anni, porta nel 1984 allo scioglimento della NASL. Sulle cause si è discusso a lungo. Tra le principali, investimenti spropositati, costi di gestione eleva-tissimi, ma anche molta inesperienza e ingenuità. Il colpo di grazia sembra sia arrivato dalla mancata assegnazione del Mondiale 1986, per il quale gli Stati Uniti avevano presentato la candidatura sicuri che l’organizzazione del torneo avrebbe lanciato definitivamente il soccer nel Paese. A questi motivi, tutti determinanti, ne aggiungia-mo un altro forse addirittura onnicomprensivo: la dipendenza totale da star a fine carriera. Imbottita com’era di campioni oltre il viale del tramonto, e reggendosi unicamente su di essi, la NASL non po-teva che avere vita breve.
Ad ogni modo, fallimento a parte (se di vero e proprio fallimento si può parlare), a noi interessa sottolineare come gli Stati Uniti, quasi per gioco, siano stati in grado di mettere in piedi un organismo spor-tivo, strutturale e mediatico di tali proporzioni.
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Oggi il nuovo campionato americano, la Major League Soccer (MLS), vale poco o nulla. La scarsa considerazione è dettata dal fatto che non si regge sui pochi nomi altisonanti che di tanto in tanto arrivano per svernare (Zenga, Donadoni, Stoichkov, Matthaeus, Djorkaeff, Beckham, sono le uniche figure di spicco nell’arco di un decennio e mezzo) bensì su una maggioranza indigena che ha modo e tempo per crescere. E il calcio statunitense sta progredendo secondo naturali processi fisiologici. Non importa se lentamente.
Intanto, il prossimo sarà il sesto Mondiale consecutivo a cui gli Stati Uniti prendono parte. Certo, non ci vuole molto a qualificarsi dalla zona Concacaf (quella centro-nord americana), però un tempo chi passava sistematicamente era il Messico e poi, a turno, le ispaniche Costarica, Haiti, Honduras ed El Salvador, le quali si mangiavano la sprovveduta Nazionale statunitense in un sol boccone. Da vent’anni a questa parte, invece, a passare sistematicamente sono proprio gli Stati Uniti, che hanno di fatto strappato la leadership continentale al Messico.
Penultima considerazione: alcuni studi di settore sostengono che il calcio vada avanti “per imitazione”. Con ciò si intende dire che suc-cessi o risultati importanti producono un forte effetto emulativo, sia per quanto riguarda moduli di gioco e ‘mode’ in senso lato (l’Olanda di Cruijff è forse l’esempio più lampante) sia, e soprattutto, per quel che riguarda l’influenza sulle più giovani generazioni. E se la Nazionale Usa riuscisse ad agguantare un buon piazzamento? Non subito, magari al Mondiale 2014 o 2018. Magari anche grazie a favorevoli congiunture di eventi (squadra discreta, buon calendario, défaillance di qualche big, botta di fortuna), perché no? È già successo: pensiamo a quel bislacco Mondiale 2002 in cui la Turchia arrivò terza, la Corea del Sud quarta, e proprio gli Stati Uniti raggiunsero fortunosamente i Quarti di Finale. In questo caso, se è vero come è vero che il calcio va avanti anche “per imitazione”, un quarto posto in una Coppa del Mondo non può lasciare indifferenti tutti i circa 303 milioni di statunitensi. E se a ciò aggiungiamo che gli Stati Uniti hanno presentato la candidatura per ospitare il Mondiale 2018 o 2022…
Dulcis in fundo, il dato più 'inquietante': alcune statistiche riportano che i ragazzi statunitensi tra gli 8 e i 14 anni che praticano calcio oggigiorno non siano meno di quelli che si dedicano a basket, ba-seball e football americano.
Di qui ad affermare che il calcio del futuro sarà a stelle e strisce ce ne passa. Se però dobbiamo intestardirci con pronostici, ci sentiamo di sostenere che in prospettiva futura le potenzialità degli Stati Uniti siano ben superiori a quelle africane.
Chissà, fra pochi mesi il Mondiale lo vince la Costa d’Avorio e l’in-tero continente africano prende a pernacchie questo articolo. E ci fa-rebbe pure piacere, non nutrendo una forte simpatia per gli Stati Uni-ti, ma è un’ipotesi assai remota.


Cosmos (primo piano di Pelè e Chinaglia) - Foto presa dal sito Storie di Calcio

sabato

Come restituire prestigio alla Coppa Italia

Da anni le grandi la snobbano: rimedi efficaci o meglio pensionarla
Il tutto mentre un “campionato europeo per club” è già cominciato


*****Un tempo neanche troppo lontano la Coppa Italia era importante obiettivo stagionale. Oggi è solo inutile e scomodo intralcio. Un tem-po la Coppa Italia, meno prestigiosa di campionato e coppe europee, era pur sempre una competizione rilevante, anche perché dava ac-cesso alla Coppa delle Coppe (riservata, appunto, alle società deten-trici di Coppa di Lega dei Paesi europei), torneo a sua volta meno prestigioso solo della Coppa dei Campioni (riservata, appunto, ai campioni in carica – e solamente quelli – dei campionati europei). Insomma, almeno sino alla metà degli anni Novanta, per qualsiasi club una Coppa Italia in bacheca era una gran bella soddisfazione, tanto da giustificarne caroselli e strombazzamenti per le strade.
Un tempo, il popolare ‘mercoledì di coppa’ le comprendeva tutte e tre: Campioni, Coppe e Uefa, tornei che si dividevano i migliori club europei. Poi, per farla breve, succede che campionati nazionali e Coppa dei Campioni (pardon, Champions League) prendono il soprav-vento su altre competizioni che ‘minori’ lo diventano per cause di forza maggiore o, diciamo così, per congiunture sfavorevoli.
Dal 1992-93 la Coppa dei Campioni assume una denominazione molto più intrigante, Champions League. Sostanziali modifiche: vengono accolte a braccia aperte anche le prime classificate dei principali campionati europei e, per far posto, tagliate via le squadre campioni di Paesi calcisticamente meno prestigiosi. Cioè, non che a queste ul-time si neghi il diritto di partecipare, quello no, per sbarazzarsene è sufficiente accoppiarle a luglio, scremarle ulteriormente ad agosto, finché a metà settembre, quando la competizione vera e propria prende il via (con tanto di musichetta epica), di quelle squadre non c’è più traccia. Scomparse. O meglio, dirottate in Coppa Uefa, or-mai centro di accoglienza per terzo mondo calcistico (il quale già a dicembre è estromesso anche da lì) e club delusi-depressi o minori dell’Europa che conta.
La prima competizione a farne le spese, nel 1999, è la Coppa delle Coppe, soppressa. Recentemente la Coppa Uefa si è rifatta il look, chiamandosi Europa League (e dotandosi anch’essa di un inno), ma resta il triste centro di accoglienza di cui abbiamo detto.
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Nei primi anni Novanta si cominciò a parlare di un grande campio-nato europeo per squadre di club che prevedesse la presenza co-stante delle società europee più prestigiose, cioè che non limitasse più la competizione alle sole squadre detentrici dei titoli nazionali. Infatti, così come la Coppa dei Campioni era stata pensata nei primi anni Cinquanta, solo alcune delle big potevano iscriversi ad ogni singola edizione (vien da sé che Juventus, Milan, Inter, Real Madrid, Barcellona, Manchester United, Bayern Monaco, non possono vincere tutte, sempre e contemporaneamente i rispettivi campionati), le al-tre si dividevano tra Coppa delle Coppe (ecco l’importanza di aggiu-dicarsi la Coppa di Lega nazionale) e Coppa Uefa. Chiaro che canaliz-zare le migliori squadre in una sola Coppa significa impoverire, se non mandare in malora, le altre due.
Si parlò anche di una élite aperta, con 'new entries' pronte ad ag-giungersi o subentrare di anno in anno. Con molta fantasia, potrem-mo immaginare promozioni e retrocessioni delegate ai singoli cam-pionati: come se, per esempio, un anno la Fiorentina si qualificasse in Champions (promossa, quindi) ai danni della Roma (retrocessa, quindi. Dove? In Coppa Uefa). Oppure, come se Abramovich si com-prasse un Chelsea che langue a metà Premier League e lo portasse stabilmente ai vertici del calcio europeo: new entry.
Si propose anche di aumentare il numero delle partite, abolendo la formula dell’eliminazione diretta e suggerendo gironi con partite di andata e ritorno. Sempre ricorrendo alla fantasia, potremmo imma-ginarlo come un lungo torneo che cominci a settembre per conclu-dersi in primavera dopo molteplici incontri. Proprio come se fosse un campionato europeo parallelo ai campionati nazionali.
La proposta fu accolta freddamente non solo dai più conservatori. In astratto pareva un progetto troppo futuristico e destabilizzante. E non se ne parlò più: come non detto. Al massimo, di anno in anno, alla formula è stata apportata qualche modifica, giusto necessari ritocchi qua e là. Nulla di trascendentale, piccole variazioni che si as-similano presto e diventano facilmente consuetudine.
Ma, pensandoci bene, come si presenta l’attuale Champions League? Non rispecchia esattamente la proposta iniziale subito accantonata? Sarà mica che ce l’hanno fatta a tutti da sotto al naso?
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Alla luce di ciò, di fronte ad un binomio campionato-Champions Lea-gue totalizzante e totalitario, per i grandi club l’obiettivo minimo di-venta il ‘piazzamento Champions’. E se la stagione proprio va stor-ta, non sarà certo una vittoria in Coppa Italia a raddrizzarla, o a ri-sarcirla dei consistenti introiti che una qualificazione in Champions procura (incassi, contratti televisivi, premi, indennizzo Uefa).
Ma la Coppa Italia sopravvive. Per inerzia ma sopravvive. Tira anche meno di un’amichevole d’agosto, eppure è sempre lì, incastrata tra campionato e Coppe, quasi a volersi vendicare sgambettando i gran-di eventi: intralciando il calendario, occupando i pochi giorni utili per far rifiatare i giocatori e rizollare stanchi manti erbosi, ostacolando in momenti topici, deconcentrando, riservando infortuni (ricordate il secondo crack di Ronaldo?).
Quasi tutti gli allenatori mandano in campo le seconde linee, chi in campionato e Coppa gioca poco. È così per i grandi club, ma anche per le provinciali che hanno ben altro a cui pensare (salvezza, scontri diretti). Il più delle volte, ad andare avanti sono sempre i grandi club (riserve contro riserve, il confronto resta impari), ma non è regola fissa, come invece lo è in campionato. L’Inter, per esempio, senza sforzarsi più di tanto raggiunge la finale in quattro delle ultime cin-que edizioni (due vittorie), ma succede anche che in finale arrivino outsiders quali Ancona e Atalanta, o che a vincere siano il Vicenza e la ‘Lazio low-cost’ di Lotito. Insomma, come capita, capita, e nulla fa scalpore in una manifestazione abbandonata al suo destino.
Allora, se da anni l’andazzo è questo, perché non pensionarla? Lo desiderano in tanti e, se non altro, sarebbe la soluzione più digni-tosa. Ancor più dignitosa se istituissimo anche una sorta di Giornata della Memoria affinché i giovanissimi almeno sappiano cos’era la Coppa Italia (e la Coppa delle Coppe).
Oppure, troviamo subito rimedi efficaci.
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In un’epoca in cui le riforme più stupide vengono approvate a cuor leggero (vogliamo parlare della proposta di spezzettare ulteriormen-te il campionato?), non sarebbe un’idea malsana riservare un posto in Champions League anche alla vincente della Coppa Italia: baste-rebbe ciò per restituire alla Coppa competitività, interesse, copertu-ra dei media e stadi pieni. Con il minimo si otterrebbe il massimo.
Quest’anno la Juventus è già tagliata fuori da campionato e Cham-pions League, ma la catastrofe sarebbe completa se non riuscisse a raggiungere neanche il fatidico e indispensabile ‘piazzamento Cham-pions’. Eppure, nel disinteresse quasi generale, è ancora in corsa per la Coppa Italia. Allora, perché nella tanto bistrattata coppetta non tifare proprio per i simpatici gobbetti? Innanzitutto, così facen-do auto-sponsorizzeremmo la nostra mozione (non si sa mai che la proposta di far accedere in Champions League anche la detentrice di Coppa di Lega venga magicamente accolta – battuta di spirito con-tando su senso dell’umorismo dei tifosi bianconeri). E poi, scherzi a parte, per darci una risposta ad un quesito che ci poniamo da tem-po: se a chi vince dieci scudetti va una stella sul petto, a chi vince per dieci volte la Coppa Italia (e la Juventus è a quota nove) quale corpo celeste va? O forse, allo stato attuale delle cose, va un asso di picche?

mercoledì

Italia, sorteggio morbido? Mica tanto…

Sudafrica 2010: definiti gironi e tabellone. Mondiale quasi delineato
Inizio facile con Paraguay, Slovacchia e Nuova Zelanda ma poi è dura
Spagna e Brasile probabili avversarie dai quarti. Inghilterra in finale?

Grande soddisfazione e sospiri di sollievo in Italia per i sorteggi di Città del Capo. Le urne, da molti definite “generose”, ci regalano Pa-raguay, Slovacchia e Nuova Zelanda. Girone morbido, d’accordo, ma ieri in Sudafrica si disegnava la fisionomia dell’intero Mondiale. Na-scevano le grandi arterie che conducono alla finale (binari, tragitto), prima ancora dei raggruppamenti iniziali (sale d’attesa più o meno confortevoli). Per cui, motivo di interesse planetario – attesa, ansia, suspense – era la formulazione del tabellone, non quale big avrebbe avuto la fortuna di pescare l’Honduras nel primo turno. Di fronte ad una prima fase abbordabile ce ne rallegriamo pure, ma occorre an-che guardare oltre: mica siamo la Svizzera, che spera in un sorteg-gio clemente per poter passare il turno e poi, tutto quel che viene, è grasso che cola. Il nostro obiettivo, diciamolo, è entrare tra le prime quattro.
Sulla Nuova Zelanda non vale la pena versare una sola goccia di in-chiostro. Tra Paraguay e Slovacchia si dice siano da temere di più i sudamericani per via di una “maggiore tradizione” (probabilmente alludendo alle otto partecipazioni mondiali, le ultime quattro conse-cutive) ma, seguendo questa logica, anche la Slovacchia è parte di quella Cecoslovacchia a cui una storia certo non manca. A giudicarlo oggi, il Paraguay non mette i brividi, impoverito anche dei Chila-vert, Gamarra, Ayala, Acuña, Cardozo (sebbene anche con loro non è che negli anni Novanta fosse così temibile), mentre la Slovacchia di Hamsik pare quantomeno più fresca e motivata. Delle due, non è detto che a passare il turno non sia proprio quest’ultima. Ma, in fin dei conti, fatti loro. Detto ciò, chiudiamo il paragrafo dedicato al nostro girone perché abbiamo già speso fin troppe parole.
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I sorteggi di Città del Capo ci consegnano uno spaccato, una fedele prospettiva, del Mondiale che sarà. Ragione di trepidante attesa non era la pallina da cui è stato estratto il bigliettino ‘New Zealand’, ben-sì quelle che assegnavano le posizioni delle teste di serie nel tabel-lone: Italia 1F, Brasile 1G, Spagna 1H, Inghilterra 1C, Argentina 1B e così via. E il Mondiale è bell’e fatto.
In altre edizioni il regolamento stabiliva che le seconde classificate di ciascun raggruppamento finissero dall’altra parte del tabellone, sicché i giochi restavano aperti, permettendo sorprese e nuovi in-trecci. Questa volta si è deciso di blindare il tabellone dividendolo in due compartimenti stagni (all’interno dei quali, tutto sommato, cam-bia poco se si passa il turno come prima o seconda). Les jeux sont faits, rien ne va plus.
Riferendosi a Brasile e Germania si è parlato di “gironi di ferro”. In realtà, aguzzando la vista, sarebbe più opportuno parlare di una ma-cro-area di ferro (quella che ospita Italia, Brasile, Spagna, Portogallo e Olanda) e di una più tenera (con Inghilterra, Francia, Germania e Argentina). Lo squilibrio risulta più evidente se consideriamo i quasi unanimi pronostici della vigilia: Brasile, Spagna e Italia (tre delle quattro favorite, l’altra è l’Inghilterra) sgomiteranno insieme nello stesso scompartimento, e con loro anche le outsider, o presunte tali, Portogallo e Olanda. Persino la Costa d’Avorio, la più accreditata del-le africane, è nella macro-area più dura. Invece, dall’altra parte del tabellone c’è meno bagarre: Inghilterra, Francia, Germania e Argen-tina possono contendersi fra loro due posti tra le prime quattro del Mondiale.
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Le urne di Città del Capo, quindi, decretano che l’Italia, tra quarti e semifinale, potrebbe incontrare Spagna e Brasile (sulla carta, le fa-vorite). Decretano che proprio una finale Spagna-Brasile non potrà esistere perché, bene che vada per loro, si incroceranno in semifi-nale. Decretano che la Spagna, nonostante questa volta abbia una rosa all’altezza, per vincere finalmente un Mondiale dovrà sudare le proverbiali sette camicie. Decretano che, tra le favorite, l’Inghilter-ra ha il cammino meno insidioso. Decretano che Germania e Argenti-na, malgrado entrambe con più di qualche pezza al sedere, potreb-bero andare molto lontano (salvo clamorosi flop, una delle due sarà semifinalista). Decretano che la Germania può ancora una volta en-trare tra le prime quattro. Decretano che una finale plausibile può es-sere Inghilterra-Brasile (o Inghilterra-Spagna). Decretano che il cam-mino dell’Italia sarà tutt’altro che morbido. Infine, ricordano che per vincere una Coppa del Mondo (e il cosiddetto ‘bis’ manca dal 1962) occorre anche una buona dose di fortuna. Ci siamo accorti o no che ieri, a Città del Capo, si è già giocato mezzo Mondiale?

martedì

Troppo Sudamerica nel Pallone d’Oro europeo

L’edizione 2009 all’argentino del Barcellona, Lionel Andrés Messi:
perché non tornare a premiare solo giocatori del vecchio continente?


Dalla riforma del Pallone d’Oro sono passati quindici anni ma la deci-sione di estendere il premio anche a giocatori non europei continua a non andarci giù. Puntuale, a dicembre, la lingua torna a battere do-ve il dente duole, quest’anno bussando così: the winner is Lionel An-drés Messi, argentino di Rosario.
Istituito dalla rivista francese France Football nel 1956, il trofeo per quasi quarant’anni premia il miglior giocatore europeo dell’anno sola-re, rispecchiando assai fedelmente l’andamento storico degli eventi. Certo, non mancano recriminazioni, il più delle volte a sfondo campa-nilistico: gli italiani lamentano croniche disattenzioni (Rivera, Rossi e Baggio, gli unici ad averlo vinto prima di Cannavaro), come anche spagnoli e inglesi. Un po’ ovunque si denuncia la scarsa considerazio-ne di portieri e difensori (eppure Beckenbauer vanta due trionfi e tre podi). Forse, per ogni epoca, nazione e ruolo, manca all’appello qual-che fuoriclasse, ma tali amnesie sono unicamente dovute alla forte concorrenza che un trofeo simile impone. Il suo Albo d’oro, ribadia-mo, è largamente attendibile, semmai è il podio troppo stretto per contenere tutti. Semplicissimo.
Dal 1995, con il nuovo regolamento, anche i calciatori di nazionalità extra-europea, purché giochino in club europei (embè), possono con-correre al Pallone d’Oro. Perché mai?
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In questi quindici anni, se non altro per farcene una ragione, ci sia-mo scervellati cercando motivazioni valide, ma invano. Spettacolariz-zazione dell’evento a parte, non esistono vantaggi oggettivi. Anzi, la riforma non fa altro che penalizzare ulteriormente i candidati (eu-ropei e non) aumentando inutilmente una concorrenza già di per sé sfrenata. Sette delle ultime quindici edizioni, cioè la metà, se le ag-giudicano giocatori non europei (Weah, due volte Ronaldo, Rivaldo, Ronaldinho, Kakà e Messi). In pratica, la riforma del 1995 serve solo ad accrescere il numero di bocche da sfamare: chi merita un paio di Palloni d’Oro ne vince solamente uno, chi ne merita uno deve fare il doppio della fatica per vedersi riconosciuto un podio. Tutto qui.
D’altronde, l’equivalente del Pallone d’Oro europeo (il Balòn de Oro, istituito nel 1971) il Sudamerica ce l’avrebbe pure, ma è destinato solo a giocatori che militano in club sudamericani e, come è noto, da trent’anni a questa parte i migliori vengono in Europa. Sicché, se in un primo momento l’Albo d’oro comprende le effettive eccellenze del continente (Pelè, Zico, Maradona, Socrates), negli ultimi due decen-ni perde di importanza, interesse e significato stesso. Ad imporsi so-no giovani in vetrina non ancora sbarcati in Europa (Cafù, Salas, Sa-viola, Riquelme, Tévez), vecchie glorie di ritorno dall’Europa (Rugge-ri, Romario, Veròn) oppure, in mancanza degli uni o degli altri, mez-ze figure che in Europa chissà se mai ci andranno (gli anonimi Car-dozo, Fernàndez, Cabañas). Basti dire questo: nel 1986, quando Ma-radona vince da solo il Mondiale in Messico, il Balòn de Oro sudame-ricano va all’uruguaiano Alzamendi.
Anche il continente africano ha il suo Pallone d’Oro ma, assai più in-telligentemente, lo consegna al suo miglior giocatore, a prescindere dal club di appartenenza. Logiche conseguenze sono un Albo fedele alla storia (con Weah che, nel 1995, vince sia in Africa che in Euro-pa) e un trofeo, ieri come oggi, conteso dai migliori giocatori africa-ni in circolazione, ovunque essi decidano di circolare.
Tutto ciò mentre la FIFA nel 1991 istituisce il Fifa World Player, gio-catore mondiale dell’anno. Nulla di strano se ogni federazione conti-nentale eleggesse il proprio miglior calciatore dell'anno e la FIFA, or-ganismo superiore, ne decretasse il migliore a livello mondiale, ma se l’Albo d’oro del Fifa World Player è pressoché identico al Pallone d’Oro europeo significa che qualcosa non quadra.
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Irritati dalla riforma europea del 1995, abbiamo anche preso carta e penna (meglio se un documento Excel) e ce lo siamo rifatti noi l’Albo d’oro, escludendo sudamericani e africani e consegnando il premio al primo europeo classificato. Sarebbe questo (in corsivo i vincitori vir-tuali): 1995 Klinsmann – 1996 Sammer – 1997 Mijatovic – 1998 Zida-ne – 1999 Beckham – 2000 Figo – 2001 Owen – 2002 Kahn – 2003 Ned-ved – 2004 Shevchenko – 2005 Lampard – 2006 Cannavaro – 2007 Cri-stiano Ronaldo – 2008 Cristiano Ronaldo – 2009 Cristiano Ronaldo. Ma non può soddisfarci. Davvero, in assenza di affermazioni sconta-te e date per certe da mesi (pensiamo a quelle dei Ronaldo e Ronal-dinho), avrebbero comunque ottenuto il massimo dei voti Mijatovic, Lampard e Kahn (un portiere)? Difficile. E poi, davvero Cristiano Ro-naldo, a soli 24 anni, avrebbe già vinto (come solo Cruijff, Platini e Van Basten) ben tre Palloni d’Oro? Molto difficile. È chiaro ed eviden-te che non basta sottrarre i calciatori non europei per ottenere un Al-bo d’oro credibile. Più verosimilmente, senza sudamericani e africa-ni, il premio sarebbe andato a nomi più prestigiosi: magari Zidane ne avrebbe vinti almeno due, forse un paio anche Figo, e uno a testa Beckham, Henry e Raùl. Insomma, il nostro cruccio è proprio questo: gli europei meritavano di più. Non che un Ronaldo non meritasse i due Palloni d’Oro, sia chiaro, ma avrebbe potuto vincerli in Sudame-rica al posto di un Fernàndez qualunque e sarebbero stati tutti più fe-lici e contenti.

sabato

Belgio, la panchina che scotta

A due mesi dall’esonero di Vandereycken ancora dubbi sul sostituto

Non può che scottare la panchina dei 'Rode Duivels', o 'Diables Rou-ges', che dir si voglia. Ma il fatto che scotti malgrado sia vacante la dice lunga sui problemi che il calcio belga vive ormai da un buon de-cennio a questa parte. Ad aprile, causa scarsi risultati e la qualifica-zione ad un altro Mondiale sfumata (il secondo di fila), la Federcalcio belga decide di dare il benservito a René Vandereycken, cittì che, in fin dei conti, ha colpe relative, non avendo fatto né meglio né peg-gio dei suoi ultimi predecessori. Dal suo esonero sono trascorsi due mesi e a Bruxelles si brancola ancora nel buio in cerca di un sostituto che sia, al tempo stesso, commissario tecnico e salvatore della pa-tria. Ma, stando ai fatti, pare difficile trovare qualcuno che possa li-mitarsi a ricoprire anche solo il più semplice dei due incarichi.
Dalla prima scelta, Louis Van Gaal (il Belgio che si affida ad un olan-dese!), è arrivato un 'No' tanto secco quanto eloquente. Per rilanciar-si preferisce il Bayern, e chi può dargli torto. Stessa risposta anche dal secondo della lista, Eric Gerets, che al momento sembra essere il tecnico belga più quotato. Tra i papabili anche Advocaat (altro olan-dese), allenatore di lungo corso con il quale i primi contatti sarebbe-ro andati a vuoto. Resta sempre in piedi, e praticabile, la pista che porta a De Sart, da dieci anni alla guida dell'Under 21 (una promozio-ne se la meriterebbe pure), ma la sua candidatura è la meno allettan-te. Tuttavia, a onor del vero, oggigiorno ad essere poco allettante è proprio la panchina belga.
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L’ultimo Mondiale giocato dal Belgio risale al 2002, l’ultimo Europeo al 2000 (qualificato di diritto perché Paese ospitante), ma il declino ha radici più profonde. Infatti, l’ultima qualificazione ad una fase fi-nale, quella nippo-coreana, è – senza usare troppi giri di parole – un regalo ereditato dai decenni precedenti, grazie ai quali la Nazionale belga si assesta nei quartieri nobili delle classifiche di rendimento (il cosiddetto ranking FIFA) e, da ‘testa di serie’, può pescare le abbor-dabili Scozia, Lettonia e San Marino. Per carità, lungi da noi sminui-re una sesta partecipazione consecutiva ad una fase finale mondiale (dato assolutamente rilevante), tantomeno delegittimare privilegi sa-crosanti conseguiti sul campo. Il punto, piuttosto, è che la generazio-ne che usufruisce di tali benefici non può considerarsi neppure lonta-na parente di quei ‘Diavoli Rossi’ che arrivano secondi ad Euro 80 e quarti a Mèxico 86 e nemmeno di quegli altri ‘buoni diavoli’ che ne-gli anni Novanta continuano a conquistare qualificazioni con autorità e disinvoltura. Dagli anni Duemila si assiste ad un calo verticale che coinvolge inesorabilmente l’intero movimento calcistico belga: Na-zionale, club, campionato.
Nell’ultimo decennio le mancate qualificazioni a due Mondiali ed al-trettanti Europei (corredate da sconfitte con Bosnia, Finlandia, Esto-nia, Armenia e pareggi con Kazakistan, Lituania e Lussemburgo) col-locano il Belgio in terza/quarta fascia dei ranking FIFA e UEFA e la ri-salita si fa ogni biennio più dura. Di male in peggio. Il tutto mentre mediocrità del presente, passato ingombrante, ansie e velleità di ri-scatto costituiscono un mix letale. Ma il tempo stringe e ad agosto si ricomincia. Chi è così temerario da voler rischiare figuracce compro-mettenti, si accomodi sulla panchina belga. È libera.

martedì

Cose da matti

Se qualcuno per l’ultima di Maldini a San Siro avesse ipotizzato un si-mile epilogo sarebbe stato bollato come matto. Una previsione fuori da ogni logica e buon senso. Eppure, è andata proprio così: circa 500 imbecilli lo hanno fischiato, intonando in coro uno stucchevole “C’è solo un capitano, Franco Baresi”. E Paolo, non l’ha nascosto, c’è ri-masto male, molto male. Cinquecento imbecilli. E la cosa peggiore è che almeno la metà non ha più di vent’anni. Saprebbero spiegare la ragione per cui Franco Baresi sarebbe “l’unico degno capitano”? Con ogni probabilità, no. Doppiamente imbecilli.
Innanzitutto (come ha giustamente sottolineato Germano Bovolenta sulla Gazzetta dello Sport il giorno dopo il fattaccio), non esiste “un solo capitano”: tra i più grandi, in rigoroso ordine cronologico, va ri-cordato prima Gianni Rivera, poi Franco Baresi, infine Paolo Maldini. Sono almeno tre, ma per cinquecento mentecatti uno solo è degno di esserlo per l’eternità. Esattamente vent’anni fa, mentre molti di lo-ro nascevano, Paolo sollevava la prima di cinque Coppe dei Campio-ni. Era ancora 'il figlio di Cesare', giovane e bello, l’enfant prodige del calcio italiano. Poi il tempo è volato, rendendolo uomo e bandie-ra. Ma lui, Paolino, a 41 anni è ancora così bello da sembrare eterna-mente giovane e non accorgersi che dal suo esordio ne sono passati 25. Prima o poi il giorno del ritiro sarebbe arrivato: l’ultima a San Si-ro, in quel colosso di cemento che è Storia anche grazie a lui.
In un quarto di secolo, sempre e solo con i colori rossoneri, vince set-te scudetti, cinque Coppe dei Campioni, tre Coppe Intercontinentali, cinque Supercoppe europee, una Coppa Italia e cinque Supercoppe italiane. Con la Nazionale, 126 presenze, quattro Mondiali e tre Euro-pei disputati. Cinquecento imbecilli (con l'aggravante di definirsi mi-lanisti), nel giorno più toccante, lo fischiano.
Stando ai si dice, lo strappo con una parte della tifoseria sarebbe av-venuto dopo Istanbul, nel 2005 (la famosa finale di Champions Lea-gue persa dal Milan, dopo aver condotto per tre a zero, ai rigori con il Liverpool). Al ritorno, in aeroporto, un gruppo di contestatori stril-la: “Vergognatevi. Chiedeteci scusa”. Il 37enne e plurititolato Paolo Maldini dovrebbe chiedere scusa ad alcuni ragazzini di 17 anni per aver perso una finale che più di chiunque altro avrebbe voluto vince-re?! Lo fa notare, rispondendo per le rime. Così come in passato ave-va messo a tacere altre contestazioni da lui non condivise. Da quel momento i rapporti si incrinano, sino alla contestazione (evidente-mente premeditata, chissà da quanto) di alcuni giorni fa.
Poco dopo, a Roma, il Barcellona vince la terza Coppa dei Campioni della sua storia centenaria. A fine partita il suo allenatore, Guardio-la, raggiunto dai microfoni italiani per un commento sul trionfo, elu-de l’argomento e dice: “Vittoria dedicata a Paolo Maldini. Da 25 anni è ammirato in tutto il mondo. Se cambia idea e vuole continuare per un’altra stagione, può venire da noi”. Davvero un bel tipo Guardiola. Bravo, giovane, simpatico. Complimenti, non solo per la Coppa.